Emozioni

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Quando giri il versante della gola di Frasassi a un certo punto scorgi un vero e proprio scherzo di natura, il grande tetto che taglia la parete gialla sulla destra della Gola.

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In quel momento se pensi che devi passare la sopra, per l’impressione quasi la voglia di fare la via un po’ ti passa.

Poi quando sei in quel tiro, dopo i primi passaggi esposti e sostenuti, quando cominci a prendere fiducia, capisci che stai vivendo un momento di grande emozione che ti porterai dentro molto a lungo.
Una foto cosi te lo fa ricordare in maniera immensamente più vivida e ti fa rivivere quell’emozione anche con gli occhi e non solo con la mente.

E come ho già scritto, è per il ricordo che si scalano le montagne.

Domande senza risposta

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Qualche giorno fa Facebook mi ha proposto come ricordo il post del video che avevo fatto sulla salita della Detassis alla Brenta Alta, una via che avevo inseguito per anni.
Al di là delle immagini il punto del post era una questione su cui mi interrogo da anni e ultimamente sempre di più: perché questa attività è causa di ansie e timori continui?
Perché di fatto il godimento che ne traggo è quello “a posteriori”?
Perché è più forte la soddisfazione di esserci stato, di essere stato all’altezza e a volte di non doverlo fare più, piuttosto che il godimento di un’attività che amo?

Tanti dicono che in un’attività ludica ci si dovrebbe rilassare e razionalmente concordo con loro. Però personalmente non ci sono mai riuscito, perché poi mi incastro sempre in questi stessi meccanismi da anni. Se vado a camminare senza obiettivi alpinistici, sono rilassato e sereno, se invece ci vado per “realizzare” scattano nella mia testa tutte quelle trappole e paranoie. Però non riesco neanche a rinunciare, perché poi sento una mancanza fisica, più che dell’attività in se, delle sensazioni posteriori, di quella soddisfazione senza limiti dei giorni dopo o del ricordo di avere ottenuto quello a cui si mirava.

E’ pazzesco, ma è così: e non è neanche legato solo alla montagna, perché in falesia è lo stesso e lo raccontavo nel brano dell’urlo mancato.
Che diavolo è? Ossessione, ansia da prestazione, dipendenza?
Boh, non lo so, ma intanto cerco di esprimere questo stato d’animo.

Un triste addio

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Il 20 Luglio sulla parete Nord del Monte Camicia sono caduti Roberto Iannilli e Luca D’Andrea: si tratta di una grande tragedia per chi stimava e amava questi due forti alpinisti.
Io conoscevo bene Roberto, per tanti anni di discussioni e scherzi sul forum che ernao anche sfociati in attività svolta insieme.

Roberto era un grandissimo alpinista, una forza della natura, sempre al massimo, sempre al limite, sempre in cerca di vie e pareti su cui mettersi in gioco.
Era un rocciatore completo: forte in libera e in artificiale moderno. Sapeva confrontarsi con arguzia e ironia sui forum e poi sui social. Sapeva raccontare le ansie e le emozioni dell’alpinismo di altissimo livello che praticava: pochi come lui hanno saputo descrivere quell’alternanza di attrazione e repulsione verso un’attività che amava e che eppure temeva allo stesso tempo.
Spesso scherzava su quando si sarebbe ritrovato a casa in pantofole e ora questa tragedia rende più amari quei vecchi scherzi sul forum. 

Lo conoscevo, lo ammiravo, avevo arrampicato insieme a lui, sembrava invulnerabile e ora questa tragedia mi lascia triste, addolorato, frastornato e svuotato….

La fine di qualcosa

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In questi giorni sto completando il trasferimento dall’organico della Scuola CAI Franco Gessi di Bassano a La Fenice di Ancona e Jesi.
A causa del definitivo ritorno della famiglia a Recanati, dopo 8 anni vissuti nel bassanese, ormai non era più possibile rimanere in organico nella Gessi, anche se spero di mantenere un legame di amicizia e collaborazione.
In questi casi è naturale tirare le somme e fare un bilancio di un’esperienza importante come questa e mi sembra di avere percorso un cammino lungo e importante, e in alcuni casi impegnativo.

In questo cammino ci sono stati momenti entusiasmanti, come quel soggiorno in Valle dell’Orco e quel Diedro Nanchez, tanto desiderato e fatto con Fabio e Andrea, come le cene insieme, i corsi, i pomeriggi d’estate a Camposolagna, la Detassis alla Brenta Alta con Andrea, Sandro e Davide. E poi naturalmente ci sono stati anche momenti difficili con alcuni screzi e incomprensioni che però sono contento di aver superato.
Ora penso che il bilancio totale sia davvero positivo, e c’è stato un momento, quando abbiamo fatto l’elezione del nuovo direttore che ho sentito un moto di commozione perché mi rendevo conto che partecipare a un avvenimento così importante di una scuola in cui ero entrato venendo da lontano e in cui ero stato accolto, era una cosa bellissima e rappresentava bene l’importanza di una associazione come il CAI che fra le tante cose che fa unisce persone diverse e che vengono da luoghi lontani, ma che condividono una stessa passione e gli stessi intenti.

La cordata a tre

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In contrasto, credo solo apparente, con il post precedente, personalmente ho sempre amato moltissimo la cordata a tre. Prima di tutto mi ha sempre dato maggiore sicurezza, soprattutto su vie lunghe e complesse, e poi dà il grande vantaggio di poter dividere meglio i carichi e di consentire al primo di arrampicare senza zaino. Ma oltre a questi aspetti pratici, credo che il motivo principale sia che mi è sempre piaciuto il maggior senso di condivisione e di gruppo che si crea e questo, oltre a essere molto gratificante in se, da anche il vantaggio di avere sempre compagni con cui condividere idee e progetti. Ovviamente un po questa cordata rallenta la progressione, ma secondo me questo non è mai una discriminante così importante, soprattutto per l’aumento di sicurezza dovuto agli altri fattori.

Ho sempre notato invece che negli ambienti alpinistici, soprattutto quelli più tradizionalisti, questa progressione è vista come il fumo negli occhi. E’ un male, a volte necessario, ma da evitare con tutte le forze: a volte anche lasciando a casa possibili compagni, o apostrofandoli con il famigerato “trovati un quarto”.
Quest’estate ho assistito a questa esclusione di una persona, da parte di due alpinisti che “preferivano essere in due” anche andando a fare una semplice via sulle Strutture di Intermesoli (vie di breve avvicinamento, lunghezza massima di 300 m e semplice discesa).
Questo atteggiamento si trasmette spesso anche in arrampicata in falesia dove molto volte si cerca in tutti i modi di “essere pari”.

Credo che ciò sia frutto in gran parte di quell’ansia di velocità che in alpinismo da sempre regna sovrana, e che, anche se ha delle motivazioni, la maggior parte delle volte diventa una vera e propria psicosi, anteponendosi a qualsiasi altra valutazione.
Ma credo che ci sia anche dell’altro e cioè che la maggior parte delle persone che praticano alpinismo sono meno portate alla socializzazione in gruppi e al massimo creano un forte rapporto con un compagno di cordata, e questo li porta ancora di più a escludere altri possibili compagni. Penso che sia una caratteristica peculiare in alpinismo e questo in contrasto con altre attività, anche simili che ora stanno avendo sempre maggior successo, credo molto a causa proprio di questo aspetto.

Dopo….

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Mancano ancora pochi passi e la fretta è passata. Il bagagliaio è aperto e il tuo compagno sta già seduto in auto. Butti dentro lo zaino con l’attrezzatura e ti giri: la via su cui avete arrampicato oggi si riconosce a stento nella luce del tramonto. Si vedono meglio, invece, i graffi sulle tue dita e i bianchi resti della polvere di magnesio sulle mani. Sta rinfrescando, ma non importa. Mentre ti agiti sul sedile di guida, cercando le chiavi, i vostri sguardi si incrociano e vi viene da ridere piano. “Siamo stati fortunati”, e ti viene in mente quando, Venerdì sera, siete partiti: una delle solite partenze, in macchina l’odore di birra e panini, chiacchiere euforiche sui percorsi in programma. Poi l’arrampicata: quale è stata la lunghezza più bella in assoluto? La terza di ieri o la sesta di oggi? Ti togli le strisce di nastro isolante dalle dita.

“Anche questa mattina abbiamo attaccato un po’ tardi, si, quasi a mezzogiorno. Abbiamo arrampicato benissimo in quella lunghezza difficile, tutti e due, e poi la tua caduta evitata per un soffio in un punto relativamente facile. E la via che diventava sempre più lunga, sembrava quasi non dovesse più finire. Durante la discesa l’acquazzone improvviso che ci ha messo addosso freddo e paura. Ma la pioggia è durata solo un quarto d’ora, abbiamo avuto fortuna. Poi il frettoloso incespicare durante la discesa, per paura che facesse buio troppo presto. Ma abbiamo tenuto in pugno la situazione per tutto il tempo: ben fatto, si può davvero essere soddisfatti”.

Sul sedile posteriore ci dovrebbe essere ancora qualcosa da mangiare. Ed eccoci di nuovo qui: con un paio di chili in meno e arricchiti di alcune esperienze. Forse è primavera e la stagione sta per cominciare. Potrebbe essere già ottobre, ed allora per quest’anno si sarebbe giunti al termine: non ci si può fare nulla. Sulla vostra via si sta alzando lentamente la luna e di fronte sta calando il sole infuocato. Ora ti ricordi: la lunghezza più bella è stata la decima di oggi. Metti in moto la macchina, parti, e dopo alcuni metri inserisci la cassetta nell’autoradio.

E conosci benissimo la risposta alla domanda: “Could we have a better day?”

Introduzione su un libro fotografico su Alpinismo Sportivo, una delle cose più belle che abbia mai letto sull’arrampicata e sull’alpinismo che rende benissimo quello spirito che amo perché lontano dalla retorica dell’eroismo e della conquista e più legato alle emozioni interiori e anche degli incastri mentali che solo questa attività sa creare.