Grigio

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“Non preoccuparti del grigio che avanza: se sei bravo in ciò che fai, a nessuno importa del tuo aspetto.
Vai in falesia, impara la differenza tra mettercela tutta e quanto hai fatto finora, vivi per le vie e per l’aria aperta.
Punisci il tuo corpo per rendere perfetta la tua anima.”

In certi momenti rileggere quel pazzo di Twight fa bene al morale 🙂

Domande senza risposta

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Qualche giorno fa Facebook mi ha proposto come ricordo il post del video che avevo fatto sulla salita della Detassis alla Brenta Alta, una via che avevo inseguito per anni.
Al di là delle immagini il punto del post era una questione su cui mi interrogo da anni e ultimamente sempre di più: perché questa attività è causa di ansie e timori continui?
Perché di fatto il godimento che ne traggo è quello “a posteriori”?
Perché è più forte la soddisfazione di esserci stato, di essere stato all’altezza e a volte di non doverlo fare più, piuttosto che il godimento di un’attività che amo?

Tanti dicono che in un’attività ludica ci si dovrebbe rilassare e razionalmente concordo con loro. Però personalmente non ci sono mai riuscito, perché poi mi incastro sempre in questi stessi meccanismi da anni. Se vado a camminare senza obiettivi alpinistici, sono rilassato e sereno, se invece ci vado per “realizzare” scattano nella mia testa tutte quelle trappole e paranoie. Però non riesco neanche a rinunciare, perché poi sento una mancanza fisica, più che dell’attività in se, delle sensazioni posteriori, di quella soddisfazione senza limiti dei giorni dopo o del ricordo di avere ottenuto quello a cui si mirava.

E’ pazzesco, ma è così: e non è neanche legato solo alla montagna, perché in falesia è lo stesso e lo raccontavo nel brano dell’urlo mancato.
Che diavolo è? Ossessione, ansia da prestazione, dipendenza?
Boh, non lo so, ma intanto cerco di esprimere questo stato d’animo.

Vecchi guerrieri

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Un dolore vecchio di tre giorni mi taglia in due la schiena.
Libero dalla ruggine le mie articolazioni e salgo.

Una volta era più semplice

Il lamento di un vecchio guerriero: Frank Miller “The Dark Knight return”

E’ una citazione dalla saga del Cavaliere Oscuro, un eroe disilluso e pieno di acciacchi, un uomo ormai sul viale del tramonto che continua a trovare motivazioni per andare oltre, ma fra un pò potrebbe adattarsi a vecchi scalatori come noi, dopo una via impegnativa…..

 

Montagne e ricordi

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Le pareti della Graue Wand e del Winterstock ci salutano così e noi torniamo a casa con un’altra grande classica da ricordare.
E’ il momento più bello della giornata, più delle lunghezze di arrampicata, più delle fessure e delle lame di granito ruvido e colorato dai licheni, più dell’arrivo in cresta da cui si vedevano i panorami prima nascosti.
Perchè, come diceva Roberto Iannilli, “E’ per il ricordo che si scalano le montagne”

La fine di qualcosa

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In questi giorni sto completando il trasferimento dall’organico della Scuola CAI Franco Gessi di Bassano a La Fenice di Ancona e Jesi.
A causa del definitivo ritorno della famiglia a Recanati, dopo 8 anni vissuti nel bassanese, ormai non era più possibile rimanere in organico nella Gessi, anche se spero di mantenere un legame di amicizia e collaborazione.
In questi casi è naturale tirare le somme e fare un bilancio di un’esperienza importante come questa e mi sembra di avere percorso un cammino lungo e importante, e in alcuni casi impegnativo.

In questo cammino ci sono stati momenti entusiasmanti, come quel soggiorno in Valle dell’Orco e quel Diedro Nanchez, tanto desiderato e fatto con Fabio e Andrea, come le cene insieme, i corsi, i pomeriggi d’estate a Camposolagna, la Detassis alla Brenta Alta con Andrea, Sandro e Davide. E poi naturalmente ci sono stati anche momenti difficili con alcuni screzi e incomprensioni che però sono contento di aver superato.
Ora penso che il bilancio totale sia davvero positivo, e c’è stato un momento, quando abbiamo fatto l’elezione del nuovo direttore che ho sentito un moto di commozione perché mi rendevo conto che partecipare a un avvenimento così importante di una scuola in cui ero entrato venendo da lontano e in cui ero stato accolto, era una cosa bellissima e rappresentava bene l’importanza di una associazione come il CAI che fra le tante cose che fa unisce persone diverse e che vengono da luoghi lontani, ma che condividono una stessa passione e gli stessi intenti.

La cordata a tre

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In contrasto, credo solo apparente, con il post precedente, personalmente ho sempre amato moltissimo la cordata a tre. Prima di tutto mi ha sempre dato maggiore sicurezza, soprattutto su vie lunghe e complesse, e poi dà il grande vantaggio di poter dividere meglio i carichi e di consentire al primo di arrampicare senza zaino. Ma oltre a questi aspetti pratici, credo che il motivo principale sia che mi è sempre piaciuto il maggior senso di condivisione e di gruppo che si crea e questo, oltre a essere molto gratificante in se, da anche il vantaggio di avere sempre compagni con cui condividere idee e progetti. Ovviamente un po questa cordata rallenta la progressione, ma secondo me questo non è mai una discriminante così importante, soprattutto per l’aumento di sicurezza dovuto agli altri fattori.

Ho sempre notato invece che negli ambienti alpinistici, soprattutto quelli più tradizionalisti, questa progressione è vista come il fumo negli occhi. E’ un male, a volte necessario, ma da evitare con tutte le forze: a volte anche lasciando a casa possibili compagni, o apostrofandoli con il famigerato “trovati un quarto”.
Quest’estate ho assistito a questa esclusione di una persona, da parte di due alpinisti che “preferivano essere in due” anche andando a fare una semplice via sulle Strutture di Intermesoli (vie di breve avvicinamento, lunghezza massima di 300 m e semplice discesa).
Questo atteggiamento si trasmette spesso anche in arrampicata in falesia dove molto volte si cerca in tutti i modi di “essere pari”.

Credo che ciò sia frutto in gran parte di quell’ansia di velocità che in alpinismo da sempre regna sovrana, e che, anche se ha delle motivazioni, la maggior parte delle volte diventa una vera e propria psicosi, anteponendosi a qualsiasi altra valutazione.
Ma credo che ci sia anche dell’altro e cioè che la maggior parte delle persone che praticano alpinismo sono meno portate alla socializzazione in gruppi e al massimo creano un forte rapporto con un compagno di cordata, e questo li porta ancora di più a escludere altri possibili compagni. Penso che sia una caratteristica peculiare in alpinismo e questo in contrasto con altre attività, anche simili che ora stanno avendo sempre maggior successo, credo molto a causa proprio di questo aspetto.

Corde fisse

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Lo confesso.

Mi alleno spesso in falesia da solo, utilizzando corde fisse.

Sono anni che lo faccio: sfrutto momenti morti, pause pranzo, ore di ferie, pomeriggi infrasettimanali con la scusa di far tardi al lavoro. Per una volta che vado ad arrampicare in compagnia ce ne sono almeno altre due in cui vado da solo. Probabilmente è dovuto alla mia formazione come speleologo e alla conseguente conoscenza di tutte le tecniche di risalita e assicurazione su corda che mi hanno facilitato.

Questo spesso lascia perplessi i pochi scalatori che incontro e che mi guardano come uno strano marziano, addobbato con strumenti che di solito il falesista medio non sa neanche che esistono. A volte invece questo sistema desta un’ostilità, quasi fosse un accanimento, o come fosse poco etico o corretto per i canoni della scalata in falesia, e questo anche se molti big lo usano per praticità.

Per me invece è il contrario: amo molto i momenti di solitudine in falesie che normalmente sono molto affollate, mi piace poter studiare i passaggi con calma, sulle vie che devo lavorare, oppure percorrere velocemente tante vie che insieme a un compagno necessiterebbero di diverse ore. Questa velocità rende anche possibile incastrare ore di allenamento in giornate infrasettimanali quando il tempo è poco, oppure d’inverno a metà giornata e questo per me è essenziale per conciliare le esigenze famigliari e lavorative con quelle dell’arrampicata.

A volte per il furore agonistico lascio anche corde fisse già sistemate in falesie dove so che tornerò e così posso risparmiare tempo. Cerco sempre di metterle in modo da non dar fastidio, di lasciarle su tiri poco frequentati, ma molte volte questo non piace ai frequentatori o ai chiodatori che la vivono come un’intrusione: ho preso anche solenni lavate di capo per questo motivo, anche se capisco che sono più i motivi psicologici che quelli pratici a provocare questa ostilità.

Prima o poi temo che mi cacceranno dalle falesie e dai salotti buoni dell’arrampicata e mi troverò a vagare ramingo per greppi con le mie lise corde fisse evitato da tutti…..