Sfilare la corda

Partenza

Quando si cade, in scalata libera, è regola non scritta sfilare la corda e ripartire dal basso, anche se non si ha voglia, anche se si è più stanchi di prima, anche se tutti i “se” caricano la testa e la ragione: la forza di farlo è già un immenso premio.

Un brano di Fabio Palma che trovo sempre più vero: sfilare quella corda, dopo che hai affrontato fatiche e ansie per portarla in catena è l’ultima cosa che vorresti fare, una volta sceso, e sicuramente è una difficoltà maggiore di quelle della via salita.  Eppure sono sempre più convinto che sia l’essenza della scalata, più ancora delle salite a vista: riprovare una via appena salita vuol dire non soltanto affrontare la fatica e le difficoltà, come in ogni altro sport, ma anche immergersi di nuovo nelle paure irrazionali dei punti di non ritorno e di entrare in un territorio non conosciuto.
E questo si deve farlo appena si è riusciti a uscirne.

Un urlo mancato

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E’ un pomeriggio di fine Autunno e sono a Camposolagna con Piergiorgio.

C’è uno splendido sole in una giornata tersa e fredda, roccia alla temperatura giusta e il motivo per cui sono venuto quassù e fare un nuovo tentativo su Adelante Companeros: è la via che ho cominciato a provare a Settembre dell’anno scorso e che allora mi sembrava di riuscire a concludere in fretta e invece, anche se da mesi manca pochissimo, sono ancora qui.
Mentre mi scaldo ricordo la soddisfazione del primo giro in continuità con la corda dall’alto a Gennaio, ripenso ai giri con la neve sotto e le temperature sottozero per tenermela a mente in attesa delle condizioni giuste per liberarla. E poi i mesi di pioggia con la via sempre bagnata e finalmente i primi tentativi dal basso. Ripenso infine a quella sera di inizio Agosto quando con Davide e Federico, ero arrivato all’ultima presa, avevo toccato la catena, l’avevo rinviata, ma avevo dovuto prendere il rinvio per passare la corda perché non ne avevo abbastanza: la via poteva quasi essere buona già quella volta, ma non mi volevo accontentare di chiuderla così.
Poi la pausa per le vacanze e l’infortunio al dito a Settembre e sono arrivato a Novembre per altri tentativi falliti, con le dita che si gelavano.

Abbiamo finito il breve riscaldamento e decido di provare subito Adelante per paura che aspettando diventi più freddo o che mi possa stancare troppo su altre vie. Così mi avvicino e comincio a prepararmi.
Ora che ogni tentativo può essere quello buono, ogni giro sbagliato fa più male, ogni nuova attesa è più inquieta e ogni ripartenza è più difficile e così, mentre mi lego, anche se sono fermo, sento che si alza un po’ la frequenza cardiaca. Un’ansia vecchia di mesi mi taglia in due il respiro, cerco di scacciarla dalla mia testa e mi alzo.
Vorrei che fosse più facile.

Il primo movimento è un dinamico con la destra per uscire dallo strapiombo accentuato da cui attacca la via e andare a prendere una tasca profonda, rinviare e poi incrociare con la sinistra su una tasca accanto. Da lì imposto il delicato allungo laterale per prendere la pinzata verticale con la destra e la prima sequenza dura è conclusa.
Cerco di respirare profondamente e rilassarmi e faccio la sequenza su buone prese per tornare a sinistra, alzarmi al bordo coi buchi profondi, da cui la via ricomincia a strapiombare fortemente, e rinviare il secondo spit.
Le condizioni sono perfette, le dita non si gelano, io mi sento benissimo e così mi alzo in laterale su un rovescio netto con la destra e prendo in allungo il bordo di un buco buono con la sinistra e rinvio la terza volta. Incrocio la destra sul bordo opposto del buco e prendo la piccola clessidra con due dita in spallata con la sinistra. Ora bisogna incrociare i piedi per passare dalla posizione frontale a una laterale e fare un difficile allungo per prendere il bordo svaso in incrocio con la destra e terminare la seconda sequenza dura. Adesso posso tornare frontale alzare le mani su belle prese e devo ricordarmi di poggiare i piedi sul buco dove prima avevo le mani che è difficile da vedere in strapiombo.

Ora devo resistere alla voglia che questa prova finisca in fretta e respirare, staccare la mano destra per riposarla e prendere un po’ di magnesite. Lo faccio e poi alzo il piede destro in aderenza, rinvio in laterale il quarto rinvio, prendo la fessura verticale con la destra e in laterale mi allungo molto alto a un grande buco. Torno frontale e prendo un bordo netto con la destra e cerco di sfruttare di nuovo il riposo: da qui comincia il passo più duro della via dove dovrò anche andare alto sopra lo spit e come al solito rischierò un volo lungo.
Alzo la sinistra in alto e prendo la pinzata rovescia scomoda cercando di impugnarla meglio possibile per poter alzare i piedi e portarmi in laterale: come sempre mi sembra che non riuscirò a tenerla, ma come sempre invece la tengo e chiudo deciso il braccio sinistro.
Serve per lanciare alto e deciso a un buco piccolo, ma netto, con la destra, tirare un sospiro e rinviare il quinto spit. Sfrutto il monodito di sinistro e mi alzo per prendere il bordo svaso sotto il tetto che accentua il già forte strapiombo che non ha mollato più. Nuovo allungo che sembra non finire mai per prendere la presa netta di destra sopra il tetto: la raggiungo e rinvio il sesto e ultimo spit.

Mi impongo di scrollare il braccio destro, come mi ha ricordato tante volte Federico che altrimenti mi si può acciaiare nell’ultimo traverso o addirittura sull’ultima pinzata dove c’è l’ultimo passo duro della via, quello che sembrava impossibile quando ci ho fatto i primi giri.
Cerco di non pensare che gli ultimi cinque tentativi li ho sbagliati dopo l’ultimo rinvio, e cerco di trovare fiducia perché stavolta stringo la presa e sento che il braccio c’è.
Faccio il traverso a sinistra, prendendo il rovescio come ho visto fare ad Andrea, incrocio con la destra sulla tacca piccola e netta, prendo la tasca orizzontale con la sinistra e ormai non ho più il minimo dubbio: sento che ho ancora moltissimo margine e già lo so prima ancora di prenderla che la pinzata alta non sarà un problema stavolta. Infatti la tengo, alzo i piedi, prendo l’ultima tacca sopra il bombè con la sinistra, prendo la presa buona a spallare con la destra, sposto i piedi ed è fatta: ora rinvio la catena, penso, e caccio un urlo che mi sentono in tutta la Valsugana.

Quell’urlo ce l’ho dentro dalla scorsa primavera, quando già sentivo di avere la via in mano.
In quell’urlo so che si scaricheranno le tante preoccupazioni di questi mesi, le tensioni al lavoro, i pensieri della casa.
Quell’urlo è la medicina, quell’urlo è la droga naturale di ogni scalatore. Chi scala in falesia, scala per quell’urlo, vero o figurato, di quando raggiungi il sogno che hai immaginato per tanto tempo e poco importa che non hai vinto nulla, che non c’è nemmeno un avversario, che sei in una piccola falesia e che non ci hai guadagnato niente.
E’ quell’urlo il tuo premio, penso, e perciò ora vai a prendertelo.
Però….
Però….

Però alzo lo sguardo verso la catena e mi accorgo che non c’è il rinvio: calandomi per montare la via mi sono scordato di metterlo.
Poco male, penso, ho ancora molto margine stavolta e posso anche mettermelo il rinvio, cerco con la mano sul portamateriale e….i rinvii non ci sono!
Li ho lasciati tutti sotto. Cazzo non lo faccio mai, ne tengo sempre un paio con me! Ma perché proprio questa volta?
Guardo il moschettone in catena e vedo che la ghiera non è chiusa: ancora mi tengo, penso, e forse riesco a passare la corda dentro. Provo una, due, tre volte, ma la leva è troppo dura e non riesco e ora il braccio destro comincia a preoccuparmi: non ho più tanta autonomia.
Guardo ancora verso il basso, penso per un attimo di sganciare il rinvio sotto, ce l’ho all’altezza delle caviglie, ma poi se non riesco a rinviare la catena farei un bel volo e a quel punto non me la sento: capisco che devo prendere la catena!
La afferro e lancio un urlo, stavolta di incazzatura e non di esultanza come speravo.

Passo finalmente la corda, mi faccio bloccare e mentre scendo so che tecnicamente la via è liberata, Pier mi dice che me la potrei dare buona, e io ripenso alla sensazione di sicurezza che avevo oggi e so che razionalmente è vero. Ma mentre mi slego capisco che fra pochi giorni sarò di nuovo qui per provare a chiuderla con tutte le regole: ho troppo bisogno di quell’urlo e non voglio rinunciarci.
Non dopo tutti questi mesi di attesa, non dopo essermi avvilito e poi avere ritrovato fiducia, non dopo avere aspettato il momento giusto, le condizioni ottimali, il compagno libero. Non dopo aver avuto paura del quarto spit lontano e poi aver dovuto imparare a non averne più.
Dovrò tornare e dovrò liberarla per la terza volta per meritarmi finalmente quell’urlo.

Perchè alla fine è sempre così: chi scala non vive più sereno.