Linee di pietra

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tracciati vie

Questo è un brano scritto qualche anno fa per parlare della Gola di Frasassi, uno dei posti che sento più “miei”, dove ho fatto i primi passi come speleologo a 16 anni e dove ho cominciato ad arrampicare a 30. E’ sempre bello rileggerlo e ricordare le sensazioni di quella mattina di Novembre di tanti anni fa e sentire la soddisfazione di averla poi finalmente salita quella “Balena Bianca” di cui parlavo allora.

Mentre entro con l’auto nel piazzale dove attacca il sentiero, il sole ancora non è spuntato a scaldare l’aria e allora si sente distintamente l’aria fredda che sembra già annunciare l’inverno che fra poco arriverà. Oggi però l’inverno può attendere, è una giornata limpidissima di metà Novembre, in una classica “estate di San Martino” e ciò che più conta è che sono qui e ho potuto ricavarmi mezza giornata di ferie per approfittare del sole e potermi godere la salita dalla Gola di Frasassi al Foro degli Occhialoni per il sentiero dei Gradoni. Ho un paio di rullini di diapositive e la giornata di oggi la voglio dedicare alle foto e all’escursione, senza pensare all’arrampicata e ai passaggi conosciuti o a quelli ancora da risolvere: oggi invece me la voglio prendere calma e assaporarmi i panorami e i colori di uno splendido autunno.

La giornata è bellissima e, dopo una stagione alpinistica entusiasmante, ma sempre con l’ansia di raggiungere le vie immaginate, mi sembra di volermi bere quell’aria frizzante e l’atmosfera rilassata di questa escursione solitaria.
Salgo tranquillo, nel ritmo costante della camminata e pian piano prendo coscienza di quanto ami questo mondo di luce: non mi basta mai la vista di quel verde così intenso, del verde più chiaro dei piccoli prati che ogni tanto si aprono e tutte le sfumature degli arrossamenti autunnali; non riesco a stancarmi delle grandi pareti che mi incombono addosso in questa larga gola, con la roccia che cambia colore in ogni zona, dal grigio, al bianco, al giallo e al rosso.

Le guardo, quelle pareti, e mi sembra di ritrovare delle vecchie amiche, dopo che nei mesi estivi le ho spesso trascurate per altre più alte ed austere: osservo gli spigoli e i diedri, le fessure e le placche e mi piace seguire le linee invisibili delle vie che vi sono tracciate, quelle che già ho percorso e le altre, quelle che ancora sogno e che sempre sembrano più vertiginose ed inaccessibili, fin quando uno non ci sia passato.
Arrivati all’altezza del grande e ciclopico antro non posso fare a meno di fermarmi per stupirmi come sempre di fronte a quegli incredibili strapiombi che sembrano formare una scala rovesciata o una volta di una enorme grotta che si interrompe improvvisamente a metà.
Lì si incontrano le vie aperte da numerose generazioni di scalatori e le ultime vie, sempre più belle sono fiorite proprio in questi ultimi anni.

Le conosco queste vie, in un paio di stagioni voraci sono riuscito a percorrerle quasi tutte: sul bel bastione a sinistra del grande antro c’è Soqquadro Volante, la vecchia classica di “Sax” Sacchini e Dobrilla, e intorno ad essa sono nate le vie dei fratelli Romagnoli e di Daniele Moretti, a destra la lunga cavalcata di Radio Alice e la storica via di Oliviero Gianlorenzi e poi in basso le brevi e classiche vie del bastione degli Eremiti.
E poi, proprio in centro, sfruttando una esile linea debole in mezzo agli strapiombi maggiori, sale sfrontata ed elegante la prima via del nuovo corso e per me la balena bianca ancora mai arpionata eppure sempre sognata: l’Evoluzione.
Mentre con gli occhi la seguo e ne ammiro l’eleganza, capisco di nuovo perché quella linea continuerà ad ossessionarmi e non mi darà pace finché non l’avrò percorsa e potrò ricordarmi i suoi passaggi, proprio come sempre mi avviene per le vie più blasonate delle Alpi o del Gran Sasso, e poco importa che questa sia qui a 40 minuti di macchina da casa e che attacchi a 300 m sul mare.

Poi salendo ancora arrivo alle pareti più brevi, ma più compatte, dove ci sono le vie di maggiore difficoltà e che sono per ora fuori dalla mia portata, ma che però mi fanno sempre venire voglia di allenarmi ancora di più per poterle percorrere. Hanno dei nomi secchi e senza fronzoli la Svolta, la Botta e lo Slungo e altre ancora.
Termino sulla crestina aerea e sottile, attrezzata con un cavo metallico e mi fermo proprio su di essa osservando in basso la vertiginosa altezza che mi separa dalla strada in fondo alla gola. Poi scendo un poco per raggiungere il Foro degli Occhialoni e guardare attraverso questa bizzarra fenditura che si apre in mezzo al pendio boscoso e buca la montagna e scorgere così giù in fondo l’ingresso delle famose grotte turistiche.

Lì mi siedo e posso riposarmi e mangiare qualcosa, ma per breve tempo, dato che è quasi ora di tornare giù per tornare in ufficio il pomeriggio. Mi alzo e mi incammino e già so che la luce e i colori vissuti oggi mi accompagneranno per diversi giorni nei diedri della vita quotidiana.
Quando giungo di nuovo sulla cresta mi fermo un attimo e ho di nuovo davanti a me tutta la Gola: allora la guardo e mi viene in mente che essa non racchiude solo un patrimonio ambientale e una bellezza unica, ma anche la storia di una passione e degli uomini da essa animati. La stessa passione ha mosso i primi timidi tentativi di Usseglio e Piccioni e ha spinto gli scalatori delle ultime generazioni a lasciare le proprie idee e i propri progetti su queste austere pareti di pietra.
E’ una passione che conosco bene, dato che mi possiede da anni ed è una delle cose che mi fa sentire vivo, e per questo motivo sono convinto che il suo segno debba restare sempre presente dentro queste splendide gole di roccia.