Le classiche

Spigolo Giallo inverno

Ognuno di noi ha la propria lista di arrampicate fatte e degli obiettivi da scalare e le vie che non potremo mai sfiorare continuano a dominare la nostra fervente immaginazione.

Io continuo a prediligere le pareti che si stagliano verticali, voi forse amate prue di arenaria dure come la selce illuminate dal sole in mezzo al bosco, o fili di ghiaccio sottili come una ragnatela che venano i dirupi ad una certa altitudine, o corte pareti a strapiombo con gli appigli segnati di magnesio ai bordi della strada, o interminabili processioni di fessure e spigoli su perfette dorsali di granito alpino. Le classiche sono la realizzazione dei nostri sogni, che siano dieci movimenti perfetti o dieci giorni di sforzo sublime, ognuna incarna una commistione quasi impossibile da descrivere di bellezza, di sfida e di storia. Sono la battaglia interiore fra dubbio, paura e desiderio e sono anche la quiete quando si avvolge la corda alla fine della giornata, condividendo uno sguardo soddisfatto col compagno fidato.

Le classiche ci connettono direttamente alla ricca storia della nostra cultura condivisa, sempre in evoluzione. Ci tornano alla memoria la logica e l’eleganza della “goccia d’acqua” di Emilio Comici con il suo capolavoro sullo Spigolo Giallo a Lavaredo, la costanza e determinazione di Warren Harding con il Nose sul Capitan e tante altre ancora…
Il meglio del meglio, ognuna un capolavoro, un rilevante esempio di una disciplina, una via che chiede di essere scalata.

In altre parole una classica.

Michael Kennedy sul catalogo Patagonia

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Trovare il facile nel difficile

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Per chi arrampica in montagna, oltre che in falesia, l’altro lato della medaglia rispetto alla ricerca di andare su vie con maggiori difficoltà tecniche che raccontavo in un precedente post è quello di andare su grandi vie classiche, con difficoltà più moderate, ma con sviluppi elevati, scarsa chiodatura, difficoltà di accesso, ritirata e discesa.
Anni fa ad esempio l’obiettivo principale della stagione era la Frisch-Corradini, 700 m di lunghezza sulle Pale di San Martino, V+ di difficoltà massima, uscita sugli ultimi 200 m di IV grado della Castiglioni-Detassis alla Pala del Rifugio.
Spesso mi sono chiesto cos’era che mi continuava ad attirare in questo tipo di vie.

Perchè io sono un’emerita pippa, ma come molti altri con cui arrampico in falesia, sulle difficoltà di una via come la Frisch-Corradini (V+=5b) sui monotiri non mi ci scaldo neanche.
Se volevo e sognavo di andare a percorrere una via come quella era per il piacere di percorrere 700 m dovendomi trovare il percorso con intuito e ricerca della logica e “cercando il facile nel difficile”.
Era per provare continuamente il timore di essere andato fuori via e poi gioire nel trovare un chiodo arrugginito e mezzo nascosto.
Era per sentire la fatica mentale di cercare il modo di proteggermi per metri e metri guardando ogni buco o fessurazione della roccia e arrivare alla fine del tiro soddisfatto per averlo saputo fare.
Io volevo andare su una via senza avere la possibilità di rinviare una fila di spit, e magari temere per tutta la via di non reggere questa pressione e essere preoccupati di essere ribattuti ad ogni tiro.

Per questo quando leggo di qualcuno che dice che gli spit è meglio metterli per la sicurezza, perchè tanto se si vuole in fondo si possono anche non rinviare, beh penso che quel qualcuno non può essere un alpinista perchè non ha capito assolutamente cosa sia l’alpinismo.
L’alpinismo è quello che avviene in quella “zona in mezzo” e non la retorica dolciastra della “conquista delle vette”.