Uno strappo con Twight

Twight

Per ritagliarti i tuo spazio, in un mondo dominato dalla Gravità, devi impegnarti sul serio. Devi essere bravo nella disciplina che ti sei scelto. Là fuori regna la Meritocrazia, e la forza di gravità è la commissione esaminatrice. Inconsistenza, incompetenza, e menzogne: la terra là sotto la fa breve con tutte le cose del genere. Se non ti fermi da te, ci penserà lei a farlo.

Mark Twight, un pazzo scatenato: davvero lontano dall’iconografia classica dell’alpinista top: uno che tentava la Rupal Face sul Nanga Parbat con le cuffie e ascoltando heavy metal e new wave.
Questo brano è il più efficace del suo libro Confessioni di un serial climber e in certi passi dice delle cose davvero crude.

 

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Arrampicata e consumismo

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Lo puoi veder da te che l’arrampicata è già palesemente coinvolta nel naufragio culturale di una società che non si è sviluppata in alcun modo, se non nell’incremento del consumo di beni superflui.
E allora non rimane altro che entrare in contatto con la parte vera di te, l’ultima rimasta non ancora soffocata da miriadi di sovrastrutture sociali e intrinsecamente autentica. Tentare di migliorare attraverso la fatica, l’ultimo atto nobile rimasto: sudare, arcuare, sbuffare e provare dolore e chissenefrega se è tutta una menzogna, se l’arrampicare stesso è un muoversi in equilibrio fra una catena e l’altra. Anch’essa può diventare rivelatrice e catartica se la portata di Te in quel che fai è onesta e totalizzante.

Perché fra uno spit e l’altro tu metti sul piatto il tuo fallimento: senza ammortizzatori, né giustificazioni, senza garanzie, né responsabilità altrui. Ed è per questo che il lavorato ha e avrà sempre un valore ascetico che nessun a vista potrà lontanamente sfiorare: perché tu vai incontro al fallimento, ben consapevole dei tuoi limiti, a carte scoperte e ci vai a testa alta, per combattere. Che non significa necessariamente vincere.
Non ci sono scuse di prese non viste o sequenze corrette non imbroccate, si gioca a carte scoperte, davanti a tutti. Tu sai tutto, il tuo nemico sa tutto: sa dove potresti cadere e dove non riesci neanche a decontrarre un minimo, tanto da dover saltare la rinviata. E in quei dieci minuti e una trentina di prese tutte d’un fiato, col cuore in gola e il culo stretto, tu ti giochi tutto. Ti giochi molto di più che un giro sul tiro o qualunque altra cazzata tu abbia raccontato per smorzare la tensione prima di partire.
Ti giochi l’idea stessa che hai di te.

E magari è una stupidaggine, magari ti complichi solo la vita, magari si, forse è tutto inutile, magari tutto quel che si vuole. Ma dentro, in quel preciso istante in cui stacchi il secondo piede da terra, tu sei fuoco vivo, fiamma che scorre e domina, che fra un’arcuata e un tallonaggio si distende rivelatrice innanzi al dolore. La via non ha più grado né segreti: lei è solo lei e tu sei solo tu.
Tu sei allenato, in condizioni fisiche strepitose e con un vento da nord a sgombrare il campo da ogni umida scusante.
Lei è campo di battaglia e territorio di verità che va al di là dell’idea stessa di sconfitta e di vittoria e la trascende.
Perché è solo la verità l’unica cosa rimasta per cui valga ancora la pena provare ad esser vivi

Una mia rielaborazione da un post di Che grado fai su un tema che mi interessa particolarmente.

Padri e figlie

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12 Novembre, Castelletta, via dello Spigolo Est: prima via di più tiri di Ilaria, mia figlia maggiore.

Sono solo due tiri, ma il doversi portare dietro zaino e scarpe, rimanere appesi in sosta a fare sicura, ripartire in arrampicata da una sosta appesi e non da terra, scendere dal versante opposto, cambiano completamente la percezione. Lei era entusiasta della nuova esperienza, dell’altezza, dei passaggi esposti, del sole in una giornata fresca, del vento e dei colori della roccia e della vegetazione autunnale.

E’ sicuramente ancora presto, ma ogni genitore sa che i figli potranno prendere altre strade e li incoraggerà sempre a farlo, ma è anche vero che trasmetterli qualcosa, vedere crescere in loro i segni della nostra stessa passione, immaginarli che ci superino in una attività che amiamo è una felicità immensa.
…e comunque ormai la strada per la Via Attraverso il Pesce è tutta in discesa

Le classiche

Spigolo Giallo inverno

Ognuno di noi ha la propria lista di arrampicate fatte e degli obiettivi da scalare e le vie che non potremo mai sfiorare continuano a dominare la nostra fervente immaginazione.

Io continuo a prediligere le pareti che si stagliano verticali, voi forse amate prue di arenaria dure come la selce illuminate dal sole in mezzo al bosco, o fili di ghiaccio sottili come una ragnatela che venano i dirupi ad una certa altitudine, o corte pareti a strapiombo con gli appigli segnati di magnesio ai bordi della strada, o interminabili processioni di fessure e spigoli su perfette dorsali di granito alpino. Le classiche sono la realizzazione dei nostri sogni, che siano dieci movimenti perfetti o dieci giorni di sforzo sublime, ognuna incarna una commistione quasi impossibile da descrivere di bellezza, di sfida e di storia. Sono la battaglia interiore fra dubbio, paura e desiderio e sono anche la quiete quando si avvolge la corda alla fine della giornata, condividendo uno sguardo soddisfatto col compagno fidato.

Le classiche ci connettono direttamente alla ricca storia della nostra cultura condivisa, sempre in evoluzione. Ci tornano alla memoria la logica e l’eleganza della “goccia d’acqua” di Emilio Comici con il suo capolavoro sullo Spigolo Giallo a Lavaredo, la costanza e determinazione di Warren Harding con il Nose sul Capitan e tante altre ancora…
Il meglio del meglio, ognuna un capolavoro, un rilevante esempio di una disciplina, una via che chiede di essere scalata.

In altre parole una classica.

Michael Kennedy sul catalogo Patagonia

Il sole di Ottobre

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Oggi era una classica splendida giornata di Ottobre con la luce nitida, ma un po’ obliqua che c’è solo in questo periodo. Era un richiamo bellissimo a cui non potevo resistere e ho allungato la pausa pranzo di 2 ore, inventando una scusa per il ritardo e inserendo poi due ore di permesso.
Tre ore e mezzo che ho passato all’aperto, a camminare nei boschi vicino a dove lavoro, inebriandomi di quell’aria limpida come una sorgente.
Tornato in ufficio ho lavorato fino alle 19,00 come non mi succedeva da settimane, concentrato e lucido e ho terminato i compiti più impegnativi di questo periodo.
Ho sempre fatto fatica a conciliare i tempi del lavoro, della famiglia e delle incombenze quotidiane con il tempo necessario a vivere la passione per la scalata e per l’aria aperta e a volte mi chiedo se ne valga la pena. Ma poi questi momenti mi fanno continuare a strappare queste fette di vita con determinazione e con sotterfugi…..

Contrasti

Contrasti

C’è il ritmo regolare del cammino, c’è il respiro profondo che riempie i polmoni, c’è il battito del cuore nelle tempie e c’è il sudore dove sei coperto. Ci sono i panorami amplissimi quando ti fermi, ci sono le linee immaginarie delle vie sulle pareti e c’è l’esaltazione quando termina la camminata.

C’è il desiderio quando guardi la parete, c’è l’attesa impaziente all’attacco della via, ci sono i timori sospesi che scompaiono e c’è la fiducia che cresce. C’è il rumore degli attrezzi all’imbrago, ci sono i comandi secchi e chiari e c’è la sensazione mista di sollievo e soddisfazione quando arrivi in sosta.

Ci sono le prospettive vertiginose dei punti esposti, ci sono i profili verticali delle pareti ai lati, c’è l’azzurro intenso del cielo che si staglia sul grigio della roccia e c’è l’odore fresco della neve. C’è la luce che illumina con angoli acuti pareti e prati, c’è l’aria fredda e ferma dove sei in ombra e c’è il sole che quando arriva scalda.

Questo è quello che amo della montagna.

Non amo le partenze di notte, gli zaini che pesano sulle spalle. Non amo l’ansia che il tempo cambi, i sassi che cadono, i fulmini vicini, l’acqua che ti entra nel collo e esce dalle caviglie. Non amo la sete infinita, quando fa caldo e sembra che dalla via non uscirai mai.

Non amo le placche compatte e sprotette, la roccia friabile, gli appigli che ti restano in mano. Non amo la paura di volare, il dubbio di andare fuori via, non amo la corda che non viene nelle doppie, le discese interminabili peggio delle salite.
Non amo la vetta, la fine della via, la pausa in attesa di altre incognite.

Per cui coi primi pensieri mi entusiasmo, ma i secondi sempre mi opprimono di ansia e continuo ad oscillare come un pendolo fra queste emozioni contrastanti.

(libero adattamento da un post di Buzz)

Obiettivi impossibili

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“Al di là dell’Eufrate, cominciava per noi il paese dei rischi e dei miraggi, le sabbie ove si affonda, le strade che finiscono senza metter capo in nessun luogo. Il minimo rovescio avrebbe prodotto come risultato una scossa al nostro prestigio, tale che qualsiasi catastrofe avrebbe potuto derivarne; non si trattava soltanto di vincere, ma di vincere sempre, e in questa impresa si sarebbero logorate le nostre forze. Già l’avevamo tentata una volta: pensavo con orrore alla testa di Crasso, lanciata di mano in mano come una palla durante una rappresentazione delle “Baccanti” di Euripide, data da un re barbaro con un’infarinatura di ellenismo la sera d’una vittoria su di noi. Traiano sognava di vendicare quella antica sconfitta; io, soprattutto di far sì che non si ripetesse. Prevedevo l’avvenire con sufficiente esattezza: non è impossibile, in fin dei conti, quando si conoscono in gran parte gli elementi del presente: prevedevo qualche vittoria inutile, che avrebbe attirato troppo avanti le nostre armate, pericolosamente sottratte ad altre frontiere; l’imperatore in punto di morte si sarebbe coperto di gloria e su di noi, che dovevamo vivere, vedevo pesare il compito di risolvere tutti i problemi e rimediare a tutti i mali.”

Sull’onda della moda dei vari corsi motivazionali e di una cultura che si è andata affermando negli ultimi anni in certi ambienti lavorativi, noto una diffusa tendenza a pensare che tutto debba essere considerato possibile, perché la riuscita di qualsiasi impresa dipende solo da noi stessi e dalla nostra motivazione. Porsi dubbi sulla riuscita o sulla possibilità di una qualsiasi attività viene considerato come “darsi degli alibi” per un fallimento, che arriverà perché non ci si è creduto abbastanza: noi soli siamo gli unici fautori del nostro successo.

Ho sempre diffidato di questa concezione, perché sono sempre stato convinto che ciò che dipende esclusivamente da noi è solo la determinazione a impegnarsi, ma spesso la riuscita di una iniziativa è influenzata in larga parte da elementi che sono fuori dal nostro controllo, nel lavoro, ma direi in ogni aspetto della vita. Questo concetto è ben noto in altri campi, ad esempio nello sport, dove si è sempre consci che la differenza fra vittoria e sconfitta a volte è davvero molto labile, oppure in alpinismo, dove occorre sempre ponderare il proseguimento di un’ascensione o la ritirata in base alle condizioni soggettive ed oggettive. Al contrario in quegli ambienti a cui mi riferivo viene costantemente trascurato e sepolto sotto una serie infinita di aforismi e frasi motivazionali.

Credo che a volte addirittura ci si trova di fronte a obiettivi impossibili e la cosa più ammirevole in questi casi è quella di riconoscere una simile situazione e evitare di spendere tempo e risorse, o anche cose di più valore, in iniziative al di là della propria portata.
Un brano che esprime in maniera mirabile questa situazione è quello che ho riportato, tratto dalle Memorie di Adriano, e in cui il protagonista, che presto sarà un grandissimo imperatore, e che in quel momento è al seguito del più grande imperatore romano di sempre, si rende conto di una simile situazione e capisce di doverla evitare: rileggo spesso questo brano e vengo sempre ammaliato dalla grande lucidità dell’analisi priva di qualsiasi preconcetto, quando mi capita di venire sommerso dagli aforismi e dagli slogan di cui parlavo sopra.