La conquista dell’inutile

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L’Alpinismo, che una volta è stato definito la conquista dell’inutile, è stato da sempre un’attività caratterizzata dalla più assoluta libertà individuale. Non c’è bisogno di permessi, di brevetti o di esami per praticarlo a qualsiasi livello lo si faccia, cosa che sempre fa stupire i profani. Tuttavia esso, al contrario di tanti altri sport e attività cosiddette “estreme” a cui viene affiancato, è governato da regole volontarie non scritte che vanno sotto il nome di etica alpinistica. Per questo motivo la storia dell’Alpinismo non consiste solo nel susseguirsi delle salite e nel progresso delle tecniche, ma anche nell’evoluzione dell’etica: questo processo è consistito nei tentativi di stabilire la maniera corretta in cui salire una montagna, soprattutto decidendo quali e quanti aiuti tecnologici e logistici fossero accettabili. Per quanto questo tipo di riflessioni hanno caratterizzato profondamente l’Alpinismo, si può asserire che le questioni etiche non furono predominanti all’inizio: al tempo di Balmat, Paccard e De Saussure i problemi maggiori erano la salita delle vette più alte e più importanti e i mezzi tecnici erano talmente scarsi da far si che anche utilizzando qualsiasi facilitazione che la tecnologia dell’epoca potesse mettere a disposizione, comunque la conquista di tali vette rimaneva una sfida irta di mille incognite. Le questioni etiche assunsero importanza maggiore quando l’Alpinismo si cominciò ad evolvere verso la ricerca di vie alternative per raggiungere una vetta o anche cime minori, quando cioè sempre più divenne vero il motto “la via è la meta”, e quando parallelamente l’evoluzione tecnologica mise a disposizione mezzi sempre più sofisticati che avrebbero potuto facilmente aggirare quelli che all’inizio erano insormontabili problemi di salita: fu dopo questa transizione che divenne più importante il come si raggiungeva un qualsiasi tipo di cima (che sempre più non coincideva con la vetta più alta) piuttosto che l’arrivarci in se.

Una delle prime prese di posizione etiche fu la rinuncia alla salita del Dente del Gigante da parte di Mummery, nel 1880, che giudicò la salita della liscia placca, punto chiave del’impresa, “impossibile con mezzi leali”, lasciando la via ai fratelli Sella dotati della famosa pertica. Fu invece all’inizio del ‘900, con Paul Preuss, che si ebbe il primo grande tentativo di formalizzazione dell’etica, con le regole da lui enunciate e presentate al Convegno di Monaco, in cui teorizzava la necessità di non avvalersi di nessun tipo di mezzo artificiale, ne per la progressione, ne per la protezione, considerando lecita eticamente solamente l’arrampicata libera slegati.
All’inizio degli anni 50, l’introduzione del chiodo a pressione, unita alle tecniche dell’arrampicata artificiale, resero possibili ascensioni su pareti prima ritenute impossibili, ma scivolarono velocemente verso casi estremi sempre più discutibili. A questa tecnica, si oppose strenuamente, tra gli altri, Walter Bonatti, nei primi anni 60, prendendo apertamente posizione contro i chiodi a pressione.
Durante gli anni 50, inoltre, si cominciarono ad organizzare spedizioni sugli 8000 del Karakorum e dell’Himalaya: a causa della dimensione di queste montagne e del carattere “nazionale “ di queste spedizioni, in esse l’ascensione alla vetta assunse le caratteristiche di un vero assalto in forze, e si adottò la tecnica dei campi intermedi con un sistema di rifornimenti. Si abbandonò, in pratica, lo stile che aveva caratterizzato le ascensioni nelle Alpi, e cioè quello dell’isolamento e dell’autonomia delle cordate durante la scalata. Tale sistema cominciò ad essere adottato anche su grandi pareti di roccia, utilizzando il metodo delle corde fisse, lungo le quali gli alpinisti potevano rientrare alla base o ricevere rifornimenti.
Successivamente, alla fine degli anni 60, di fronte a veri e propri assedi a cime importanti come la Grande di Lavaredo e l’Eiger, condotte con l’utilizzo di chiodi a pressione e corde fisse, figure importanti come Hermann Buhl e soprattutto Rheinold Messner nel famoso articolo “L’assassinio dell’impossibile”, pubblicato sulla rivista del CAI, assunsero posizioni molto critiche contro questi eccessi.
Negli Stati Uniti, intanto, Royal Robbins, evolveva uno stile teso a ridurre al minimo i chiodi a pressione e le corde fisse sulle grandi muraglie di granito californiane. Questo suo atteggiamento fu sempre in contrasto con quello di un altro grande dell’epoca, Warren Harding e questa polemica giunse al culmine all’inizio degli anni 70, quando Harding aprì una nuova via su El Capitan, “the wall of the early morning light”, facendo uso di oltre 300 chiodi a pressione. Robbins, pochi mesi dopo decise di attaccare la via con l’intento di schiodarla, ma durante la salita, si rese conto dell’altissima difficoltà della via e terminò la via senza più togliere i chiodi
Tutte queste posizioni di critica provocarono, negli anni 70, una vera e propria reazione al periodo precedente: tornò ad essere importante l’arrampicata libera e la limitazione di mezzi di protezione e questo in breve portò alla presa di coscienza della possibilità di superare la barriera del VI grado. Fra i movimenti e gli alpinisti che portarono avanti queste nuove idee, possiamo sicuramente citare il “Nuovo Mattino”, i “Sassisti”, Ivan Guerini e soprattutto Rheinold Messner.
Messner fu protagonista anche della reazione ai metodi “pesanti” che avevano caratterizzato la conquista degli 8000, riuscendo ad applicare anche su quelle montagne lo “stile alpino”, anche senza utilizzo di ossigeno e addirittura in solitaria (sul Nanga Parbat).
Durante gli anni 80 la tendenza alla riduzione delle protezioni nell’arrampicata su roccia si accentuò soprattutto per opera di alpinisti come Mariacher, Manolo e Koeller, che aprirono vie in cui venivano alzate di molto le difficoltà e contemporaneamente le protezioni divenivano rare ed estremamente aleatorie.
Oltre allo sviluppo della libera si affinarono le tecniche di artificiale moderno su mezzi rimovibili ed aleatori, senza ricorso a chiodi a pressione. Queste tecniche erano state sviluppate inizialmente dagli alpinisti americani in Yosemite, e in questo periodo cominciarono ad essere adottate in Europa per aperture importanti, come quella della via “Attraverso il Pesce” di Koeller e del giovanissimo Sustr.
Negli anni 90, in seguito al grande sviluppo dell’arrampicata sportiva, divenne ancora più importante la ricerca dell’arrampicata libera, e fu portato avanti da alcuni alpinisti un approccio che rivalutava l’utilizzo dei chiodi con foratura della roccia (spit), mediante un loro uso abbinato ad un’etica rigorosa che ammetteva solamente la libera per l’apertura delle vie in questo stile.
I maggiori esponenti di questa tendenza sono stati Michel Piola, Martin Scheel, Beat Kammerlander e, in Italia, Rolando Larcher: secondo il loro stile vengono utilizzati gli spit, spesso piazzati col trapano, ma tutta la via deve essere percorsa in libera e dove non si riesce a procedere in questa maniera si deve rinunciare, senza tentare passi in artificiale. Questo fa si che, anche con gli spit, non si sia mai sicuri di passare e che per farlo si deve cercare la “via”, gli spit poi vengono messi dove ci si può fermare e non dove si vorrebbe e questo fa si che il rischio non sia eliminato. In questo tipo di salite però non si procede in “stile alpino” perchè si fa ricorso a corde fisse per poter affrontare la via con le condizioni fisiche e ambientali ottimali per l’arrampicata. Questo stile non è stato condiviso da tutti, dato che per molti alpinisti sono rimasti fondamentale lo stile alpino e la limitazione delle forature: per progredire nelle difficoltà con questo approccio ci si è sempre più affidati alle tecniche di artificiale moderno portandolo a livelli estremi.

Tutte queste posizioni indicano la continua vivacità del dibattito, ma denotano anche la ricerca di una soluzione definitiva, nella individuazione di regole assolute che pongano una linea di demarcazione netta su ciò che sia lecito e su cosa non lo sia in Alpinismo. Ma prima di interrogarsi su ciò, si dovrebbe prima provare a riflettere su una questione che sta a monte: qual’è lo scopo dell’Alpinismo?
Non è arrivare in vetta ad una montagna come si potrebbe a prima vista rispondere: se così fosse basterebbe piantare una serie di scale a pioli e il problema sarebbe risolto.
Si potrebbe tentare di dire, con tutte le limitazioni di una semplificazione così spinta, che l’Alpinismo è l’arrivare in cima a qualche struttura alpina seguendo una serie di regole del gioco che fanno si che in questa attività l’uomo venga messo alla prova nelle sue capacità di affrontare l’ignoto e le difficoltà in un ambiente a lui spesso ostile. E’ proprio lo stabilire queste regole del gioco secondo un giusto compromesso che non spinga l’uomo a un folle suicidio, ma che d’altronde lasci spazio a questa sfida, che ha generato questo dibattito interminabile in generazioni di alpinisti.

In conclusione, questa concezione dell’Alpinismo e delle sue regole etiche comporta come conseguenza che esse debbano cambiare nel tempo, man mano che l’Alpinismo continua la sua evoluzione, anzi devono farlo proprio per consentirne l’evoluzione, dato che se esse sono le regole che rendono possibile il giusto equilibrio tra sfida e necessità di ragionevole sopravvivenza degli sfidanti, man mano che alcuni dei parametri in gioco si modificano è necessario che anche le regole cambino per continuare a mantenere il suddetto equilibrio. Dato che ciò comporta che queste regole non sono facilmente semplificabili, è sempre necessario un vivo dibattito su di esse, proprio perchè vanno ristabilite caso per caso. Questo dibattito, come abbiamo visto è sempre esistito in Alpinismo, ma potrebbe essere ormai necessario abbandonare l’illusione di riuscire a trovare definizioni definitive e una soluzione finale ai problemi posti dall’etica alpinistica.

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