Ai papà che chiedono scusa

papà

Ho letto un post fantastico e in cui mi sono tanto ritrovato.
Io che tante volte mi sono sentito un marziano a fare tante di quelle cose che l’autrice ha descritto, un extraterrestre per avere intensamente desiderato due figlie femmine, una strana forma di vita aliena quando, da ingegnere in una grande azienda, responsabile di progetti importanti, sono andato a chiedere all’ufficio del personale due mesi di permessi di paternità per dare il cambio a mia moglie e fare stare a casa due mesi in più mia figlia in allattamento.
Ma del resto proprio per tutto questo ho goduto di quelle emozioni che non sarebbero mai più tornate.

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Il lungo addio

addio

Qualche giorno fa avevo inserito un post su un pensiero di Roberto Iannilli, l’irriducibile, che esprimeva la pulsione che continua a provare per il mettersi in gioco in montagna. Oggi invece ho letto un bellissimo post di Stefano Lovison su FB che esprime invece un sentimento antitetico e cioè quello di vedere la determinazione che serve ad affrontare certe attività in montagna che piano piano si affievolisce. Sono entrambe bellissime espressioni di due atteggiamenti diversi e per questo mi piace riportare anche quest’ultimo.

Cosa sto pensando? Che sono pieno di acciacchi da non riuscire a portare le borse della spesa e sono bolso.

Vi ricordate l’addio di Buzzati alle sue Dolomiti? Mica così retorico e solenne ma io ci penso sempre più spesso, cioè di non aver più tanto da dire e fare su per le montagne, almeno nei modi che per tanti anni ho ritenuto così importanti. E di tutte quelle corse lungo i sentieri, le notti passate e i bivacchi, le cime, la tanta neve e le arrampicate, è come se non fosse rimasto nulla o molto poco.

Certo ricordo bene l’atmosfera, il profumo dell’aria leggera nelle narici la mattina presto e anche il sapore amaro in bocca per lo sforzo e la paura; ma la gioia e il senso di libertà che sicuramente ho provato in quei giorni, quelli no, come evaporati. Ed è strano, per tutto quello che ci ho investito in tempo, i tanti libri, l’energia, il denaro speso in attrezzature. E pur ricordo bene com’è nata la passione, per quel sapore particolare di libertà, quando nello scegliersi ogni volta un nuovo paesaggio o un itinerario tutto mi sembrava, anzi, era avventura.

Probabilmente si tratta solo del giro della vita, per cui quando qualcosa finisce lascia spazio a qualcos’altro. Ed è bello che sia così e quindi non sono proprio triste, forse un po’ sorpreso che il passaggio di livello sia arrivato in questo modo. Mi sembra di tornare alle mie inclinazioni giovanili, un po’ da orso e da perdigiorno, fare le cose che mi piacciono trovando l’entusiasmo senza bisogno di relazioni o delle idee degli altri.

E così penso che mi piacerà fare le cose a modo mio, senza affanno e sempre più piano, fino a quando sarò molto più vecchio.

Così spero