Il lavoro del “lavorato”

Bain13

Il grado lo trascrivo, idealmente oppure in concreto, nel mio personale taccuino di vie che sono riuscito a fare.
Proprio accanto al nome della via.
Prima di fare questo, però, devo arrivare in catena.
Devo salire la via, a vista se ho il livello, oppure studiando i movimenti.

Devo provare e riprovare. Devo allenarmi. Devo avvilirmi, e poi ritrovare fiducia. Devo aver paura di uno spit lontano, e poi imparare a non averne più. Devo saper aspettare da un sabato al sabato dopo. O a volte devo aspettare un mese, un anno.
Devo trovare l’ora giusta del giorno, un momento di grazia. Devo usare la roccia, per andar su, con il giusto mix di strafottenza e di garbo, di rabbia e di meticolosità.
Devo parlare con qualcuno, ogni tanto, di questo trip mentale, di questa evasione totale da tutti i mille problemi noiosi o dolorosi della vita.

Alla fine di tutto questo, e un po’ anche nel frattempo, il grado sta lì, non scompare mai del tutto. E’ un po’ come se fosse la sintesi, ma anche la negazione dell’arrampicata, il suo annullamento.
Quando quel certo grado l’hai raggiunto, una settimana dopo cominci a guardare un pizzico più in alto…
E la via a cui stavi dietro, prima, ormai non esiste più.

Post di smilzo su Fuori Via

Quasi un pellegrinaggio

Civetta

…”trasalii, quando mi voltai a guardare indietro e vidi tutto intero lo stato della California che appariva disteso laggiù in tre direzioni sotto immensi cieli azzurri con tremendi spazi planetari colmi di nuvole e immense visuali di valli remote e persino altopiani e per quanto ne so io là sotto c’era tutto il Nevada.”

Un paio di anni fa, trasalii anche io, non davanti alla California, ma davanti a un’immensa, maestosa e storica parete.
Approfittando che le bambine erano ad Osimo dai nonni, di Domenica siamo partiti con Emanuela e sono finalmente arrivato al Tissi, dove non ero mai stato, e tra l’altro, visto che abbiamo attaccato vergognosamente tardi a causa del traffico, sono arrivato al rifugio alle 17,00 con la luce migliore per vedere la Nord Ovest. Mi aspettavo un bello spettacolo, ma quello che vidi mi sgomentò davvero!

Ero turbato nell’animo, avevo sempre pensato che la Nord Ovest in fondo non mi interessava: troppo lunga, troppo complessa la logistica di accessi e discesa, troppo tetra e severa, gradi sicuramente troppo stretti. Ne avevo fatte tante di vie in tanti posti delle Dolomiti, in fondo a questa parete potevo anche rinunciare….
Però, però, però….

Però, quella Domenica l’ho vista con una splendida luce e sono rimasto sbigottito di fronte alla sua maestosità, ho seguito le linee invisibili delle vie più famose, ho visto i dentro e i fuori, i diedri e le fessure, gli spigoli e le placche. E così, sul sentiero del ritorno, e poi durante il viaggio di rientro e anche durante la notte negli angosciosi risvegli, ho cominciato a pensare che magari almeno una via, magari una volta solamente…..

Civetta 2

Eppure, mentre facevo questa foto, non potevo non pensare con sgomento ai quaranta tiri di corda che avevo sopra di me.

Vado….

Roberto

Vado, come sono sempre andato, per caparbietà, perché dopo mi domanderei perché non sono andato, ma anche per inerzia, perché è da tanto che mi sono avviato e non è ancora il momento di fermarsi.

Roberto Iannilli

Pochi sanno spiegare bene come Roberto questa strana contraddizione che prova chiunque arrampica, soprattutto in montagna, questo alternarsi fra paura e desiderio, questo continuo dubbio fra fermarsi e andare.