Buon divertimento!

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La via ha un nome bellissimo, così come quello della parete che percorre: Oceano Irrazionale al Precipizio degli Asteroidi, il grande sogno di Ivan Guerini, che per me è diventato un’ossessione, l’ultima grande classica della Val di Mello che volevo a tutti i costi salire. E’ sera e sono a casa, sto rileggendo per l’ennesima volta la scarna relazione della via e ancora guardo le foto trovate con Google per cercare di scovare particolari magari decisivi: continuo a farlo con la speranza che possano aiutarmi a tranquillizzarmi, ma invece, come sempre, aumentano solo i dubbi e gli interrogativi. Inutile nascondersi che l’ansia che precede sempre queste partenze è amplificata perché quest’anno così complicato quella è l’ultima occasione di realizzare quella salita.
Certo una stagione da dimenticare, fatta di lunghe attese e settimane e settimane a rimandare partenze e di consultazioni interminabili delle previsioni del tempo. Ormai questa è l’ultima occasione per quest’anno di realizzare una bella salita, di quelle che poi è bello ricordare, ma che certo tanta ansia creano quando sono ancora solo nella testa.
Il giorno dopo all’arrivo non sono tranquillo e l’unica cosa che mi consola è che domani mi toglierò finalmente quel chiodo fisso dalla testa. Come vorrei essere più forte da non temere quei tiri di VI+ in fessura e non preoccuparsi della strana fessura sghemba della Tromba, col suo enigmatico VII- da proteggere con il grosso friend numero 4.
Come sarà domani?
Reggerò al lungo avvicinamento, pur coi pochi metri di dislivello accumulati quest’anno?
Saprò affrontare la paura di non farcela, di non passare o di volare?
Riuscirò ad essere all’altezza della via?

La mattina come sempre mi vesto velocemente e vado alla finestra: è notte fonda alle 6 del mattino, e questo mi ricorda che ormai è Ottobre e la stagione è quasi finita. Ma sono quì e finalmente è l’ora di giocarsela con tutta la passione e l’ostinazione che mi ha permesso di non mollarla, quella via.
L’avvicinamento è come non avrei voluto che fosse: ostico e faticoso, con molta salita e tratti su terreno difficile in mezzo a boschi quasi verticali. Finalmente però arriviamo all’attacco, dove si vede tutta la nostra via, il sole purtroppo non ne vuole sapere di uscire, e rimane in mezzo alla nebbia alta. Poco dopo sono pronto e chiedo di partire per il primo tiro: sono impressionato dalla linea della via sopra di me e voglio entrare subito in partita. Attacchiamo, passiamo i primi due tiri e arriviamo alla seconda sosta sopra cui c’è il primo lunghissimo tiro in fessura: tocca a me e finalmente posso affrontare quella Dulfer che tanto ho esaminato in foto. Parto un po’ teso, rinvio l’unico chiodo del tiro e poi devo trattenere il fiato per i quattro metri successivi: la Dulfer è più impegnativa di quello che sembrava, la fessura è larga, la lama è scomoda da tirare e non ci si può fermare per proteggere, ma bisogna tener duro e andar su fin dove c’è un punto adatto per mettere un friend. La placca bagnata però rende tutto aleatorio, faccio qualche passo molto delicato in spaccata su appoggi umidi, ma poco sopra come temevo mi scivola un piede e mi ritrovo quattro metri più in basso. Sono bastati pochi istanti e il mio primo volo su un friend si è concluso; laggiù dalla sosta il mio compagno chiede se è tutto a posto, io lo rassicuro, ma ora sono tesissimo, non per la paura di farsi male, dato che non ci sono grandi rischi, ma per quella di non riuscire a passare: questo tiro devo finirlo io ad ogni costo. Riparto più attento e questa volta passo così posso alzarmi ancora per lunghi metri nella fessura finché non raggiungo finalmente la sosta; ho finito il tiro e i 50 lunghissimi metri sono sotto di me. recupero la corda e grido al compagno di partire; guardo l’orologio e valuto il tempo che ci abbiamo impiegato finora perché ho paura che sia troppo: il sole non esce e ora si è anche un po’ chiuso, speriamo che regga e che riusciamo ad uscire senza che il tempo cambi. Ora però che abbiamo sbloccato il risultato la partita sembra andare per il verso giusto e il tiro dopo fila liscio, dato che è molto simile a quello sotto, ma bello asciutto. Da secondo mi godo quelle bellissime lame, anche se la continuità è notevole e si comincia a sentire un po’ di stanchezza.

Arrivato in sosta alzo la testa ed eccola: posso ammirare finalmente da vicino la Tromba, la strana fessura svasa e obliqua che ho spiato in innumerevoli immagini. Vuole continuare il mio compagno, che sale splendido, in bellissima arrampicata e poco dopo tocca a me. Con tenacia riesco ad andare in libera nei delicati metri verticali, per arrivare poi al punto in cui la fessura traversa facilmente e ritrovarmi al passaggio di incastro con la gamba sinistra dove metto tutto quello che mi rimane per tenere il bordo svaso e bagnato della fessura e arrivare alla sosta. Lì guardo la fessura umida e strapiombante sopra di noi e mi piacerebbe che andasse ancora avanti lui, ma la via non me la sono ancora guadagnata e questo tiro tocca assolutamente a me, così mi consolo col fatto che sembra molto breve. Attacco e con qualche passo in libera e un po’ di artificiale sui friend sbarco sollevato su un piccolo boschetto sospeso: è il celeberrimo Pulpito dell’Eremita, fine delle difficoltà della via. Poi in realtà decidiamo di deviare su una via a fianco, dove le difficoltà sono più sostenute, e usciamo su una piccola cengia sotto il pianoro sommitale. Appena arrivati cominciamo ad attrezzare l’infinita serie di doppie che ci porteranno sotto l’Altare del Precipizio e per un attimo penso che sarebbe stato bello uscire in cima e godere un po’ del sole del pomeriggio e del panorama su questa bellissima valle, ma c’è nebbia e ci vorrà parecchio tempo per scendere: pazienza perciò. Del resto non eravamo qui per questo e lo sapevo, vista l’incursione in tempi rapidi che ho dovuto fare per riuscire ad incastrare tutto. Eravamo qui per la via e per ciò che significava: per la sua storia gloriosa, per la sua linea impeccabile e per la roccia solida e ruvida delle sue fessure.

Dopo due ore siamo di nuovo alla macchina, ma non riusciamo a vedere la parete del Precipizio, dato che la nebbia non ci ha mai lasciati ed ora è anche un po’ salita: ci accoglie in compenso un bello scampanare di mucche e noi ci cambiamo e mettiamo a posto la roba con calma. Finalmente comincio a rilassarmi e sono anche stanco, ma come sta bene lì, sotto quelle grandi pareti e quei boschi sospesi, che non riesco neanche a vedere, ma che ora mi appartengono più che mai. Qui posso essere ciò che mi piace di più: un alpinista che gioisce furtivo per la piacevole sensazione della tensione che passa, seduto sul prato dietro la macchina fra i cumuli di materiale da dividere, con tanta voglia di tornare a casa dai miei e ripensare alla via appena finita per attingere ricordi ed emozioni nei mesi che verranno.
Poi, nel lungo viaggio di ritorno che si concluderà a tarda notte, penso che due giorni prima, in tanti mi hanno detto “buon divertimento” e io ho risposto con un grazie frettoloso, sapendo che non potevo spiegare che non c’è nulla di divertente nella preoccupazione che non mi ha fatto dormire le notti scorse, nella fatica dell’avvicinamento, nella tensione delle lunghezze di arrampicata e nel continuo timore che qualcosa potesse impedirmi di uscire. Però alla fine poche cose valgono quel momento in cui c’è la soddisfazione di avere superato le ansie e le paure di non essere all’altezza: adesso è bello sapere di averlo voluto con determinazione e averlo saputo fare. Questa è l’eterna contraddizione di questa strana attività che non è facile capire.

Sta facendo buio sull’autostrada, ma non importa: per me ora ci sono questi istanti di appagamento totale che dureranno finché la mia mente non si incastrerà con un’altra via, e il gioco ricomincerà.

(Racconto pubblicato su Alp n.254 Dicembre 2008)

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