Undici anni dopo

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Gran Sasso, Monolito, via Golem di Paolo Caruso, Angelo Monti e Luca Taschini, primo tiro.

Undici anni sono passati da quando tentai per la prima volta questo tiro e presi una sonora sberla che ridimensionò fortemente le mie velleitarie ambizioni di allora.
Quella legnata cambiò completamente il mio approccio all’arrampicata e mi diede lo sprone, in un’età che ormai era già matura, a cominciare un lavoro fisico e mentale per essere in grado di affrontare vie di questo genere con una minima speranza di esserne all’altezza.
E così undici anni dopo in una luminosa mattina di fine Settembre mi sono trovato di nuovo lì, più vecchio e anche stavolta con un’ansia vecchia di anni che mi tagliava il respiro, ma assolutamente determinato, o forse rassegnato, a provarci di nuovo.

Non è stato facile arrivare alla sosta, quaranta metri più in alto, non è stato semplice affrontare tutte le paure e i blocchi che c’erano dentro la mia testa per un tiro che per me non era come tutti gli altri di quella difficoltà che avevo affrontato, a volte bene o a volte male, in questi anni. Non è stato divertente, e non ho probabilmente neanche arrampicato molto bene per quanto ero teso. Ma era più difficile rinunciare e rimanere con questo incastro mentale un altro anno ancora.
Non so mai se ne vale la pena di vivere queste strane ossessioni, ma alla fine, un’altra volta ho assaporato l’emozione di raggiungere gli “Effimeri Traguardi”

E questa volta, in sosta, l’urlo non è mancato!

Assonanze

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Ho letto questo bel post su un blog che seguo e che ho trovato molto affine a quello che avevo scritto qualche anno fa e che ho riportato qui.
Trovo questa conclusione davvero reale e mi ci ritrovo molto.

Cresci in fretta, bimba mia, ma non troppo in fretta. Dammi il tempo di godere del tempo, di fermarlo. Di sentirne il sapore agrodolce, e di capire che essere madre, in fondo, è una collezione senza fine di prime volte. Che spesso sono contemporaneamente le ultime, ancora più spesso sono uniche, in ogni caso indimenticabili.

Ossessionati

ossessionati

Mi sono sempre chiesto se sia possibile lasciare la scalata, volontariamente intendo: conosco amici che hanno smesso di giocare a tennis, a calcio, di andare in moto, di fare sport, di fumare ma nessuno che conosco è mai riuscito a smettere di scalare. Per me, che sono una pippa, è come un continuo tarlo nella testa, un lavorio mentale ininterrotto: credo che da quando ho cominciato a scalare non sia passato neanche un giorno senza che ci pensassi. A volte con mia moglie o con gli amici che non scalano fingo per non far capire quanto sono incastrato: magari loro sanno che mi piace l’arrampicata e la montagna, ma temo sempre che non potrebbero capire quanto possa prendermi e impegnarmi. Allora mi viene sempre in mente il bellissimo inizio del libro “Febbre a 90” di Hornby, che anche se non parla di scalata, coglie davvero bene questo aspetto

E’ sempre là dentro, in cerca di una via d’uscita. Mi sveglio verso le dieci, faccio due tazza di tè, le porto in camera, ne metto una sul suo comodino e una sul mio. Sorseggiamo pensierosamente; a così breve distanza dal risveglio lunghe pause, affollate di sogni, intercorrono tra un commento casuale e l’altro….. …E in tre piccole tappe, dopo quindici minuti che sono sveglio parto. Vedo Limpar correre verso Gillespie, inclinarsi a destra, cadere: RIGORE! DIXON SEGNA 2-0!…..Il colpo di tacco di Merson che supera Grobelaar ad Anfield…la girata al volo e il gran tiro di Davis contro il Villa… Qualche volta, quando mi lascio totalmente sopraffare da queste fantasticherie…tutta la mia vita calcistica mi balena davanti agli occhi. “A cosa stai pensando?” chiede lei. A questo punto mento. Non stavo affatto pensando a Martin Amis o a Gerard Depardieu o al Partito Laburista. D’altronde gli ossessionati non hanno scelta: in occasioni come queste devono mentire. Se dicessimo sempre la verità, non riusciremmo a mantenere rapporti con chi vive nel mondo reale. Verremmo lasciati a marcire con i nostri depliant dei programmi originali dell’Arsenal…. Nonostante i particolari quì riportati riguardino solo me, spero stuzzicheranno quanti si siano mai scoperti andare alla deriva, nel bel mezzo di una giornata di lavoro o di un film o di una conversazione, verso un sinistro al volo al sette di destra, sferrato dieci o quindici o venticinque anni fa.

E mi chiedo sempre se anche ad altri, come me, è mai capitato di mentire mentre stavano magari pensando al traverso sprotetto di Polimagò in Val di Mello, a Lynn Hill sul Great Roof del Nose, o a quel passo di blocco ancora da liberare che li separa dal loro primo 7b?

Fu vera gloria?

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Si parla molto ultimamente della salita in libera di Caldwell e Jorgeson della via Dawn Wall sul Cap in Yosemite (spesso sulla stampa non specializzata assolutamente a sproposito).
Tutti concordano nel ridimensionare quella che non è un’impresa, ma solo una grande ascensione in libera, alcuni sostengono che non si tratti neanche di alpinismo, ma solo di arrampicata sportiva, viste le facilitazioni logistiche e di attrezzatura dei passaggi.
Non so se questo sia vero, ma penso che se è vero che due importanti componenti dell’alpinismo sono l’esplorazione e il rischio, ce ne sono però anche altre e la difficoltà tecnica è una di queste. Quindi mi sento molto cauto a escludere dal campo dell’alpinismo una salita su una parete di quel genere.
Con l’occasione ho inserito nel blog nella sezione Riflessioni, un articolo su questo tema che avevo scritto anni fa sulla Rivista del CAI.

Buon divertimento!

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La via ha un nome bellissimo, così come quello della parete che percorre: Oceano Irrazionale al Precipizio degli Asteroidi, il grande sogno di Ivan Guerini, che per me è diventato un’ossessione, l’ultima grande classica della Val di Mello che volevo a tutti i costi salire. E’ sera e sono a casa, sto rileggendo per l’ennesima volta la scarna relazione della via e ancora guardo le foto trovate con Google per cercare di scovare particolari magari decisivi: continuo a farlo con la speranza che possano aiutarmi a tranquillizzarmi, ma invece, come sempre, aumentano solo i dubbi e gli interrogativi. Inutile nascondersi che l’ansia che precede sempre queste partenze è amplificata perché quest’anno così complicato quella è l’ultima occasione di realizzare quella salita.
Certo una stagione da dimenticare, fatta di lunghe attese e settimane e settimane a rimandare partenze e di consultazioni interminabili delle previsioni del tempo. Ormai questa è l’ultima occasione per quest’anno di realizzare una bella salita, di quelle che poi è bello ricordare, ma che certo tanta ansia creano quando sono ancora solo nella testa.

Il giorno dopo all’arrivo non sono tranquillo e l’unica cosa che mi consola è che domani mi toglierò finalmente quel chiodo fisso dalla testa. Come vorrei essere più forte da non temere quei tiri di VI+ in fessura e non preoccuparsi della strana fessura sghemba della Tromba, col suo enigmatico VII- da proteggere con il grosso friend numero 4. Come sarà domani? Reggerò al lungo avvicinamento, pur coi pochi metri di dislivello accumulati quest’anno? Saprò affrontare la paura di non farcela, di non passare o di volare? Riuscirò ad essere all’altezza della via?
La mattina come sempre mi vesto velocemente e vado alla finestra: è notte fonda alle 6 del mattino, e questo mi ricorda che ormai è Ottobre e la stagione è quasi finita. Ma sono quì e finalmente è l’ora di giocarsela con tutta la passione e l’ostinazione che mi ha permesso di non mollarla, quella via.

L’avvicinamento è come non avrei voluto che fosse: ostico e faticoso, con molta salita e tratti su terreno difficile in mezzo a boschi quasi verticali. Finalmente però arriviamo all’attacco, dove si vede tutta la nostra via, il sole purtroppo non ne vuole sapere di uscire, e rimane in mezzo alla nebbia alta. Poco dopo sono pronto e chiedo di partire per il primo tiro: sono impressionato dalla linea della via sopra di me e voglio entrare subito in partita. Attacchiamo, passiamo i primi due tiri e arriviamo alla seconda sosta sopra cui c’è il primo lunghissimo tiro in fessura: tocca a me e finalmente posso affrontare quella Dulfer che tanto ho esaminato in foto. Parto un po’ teso, rinvio l’unico chiodo del tiro e poi devo trattenere il fiato per i quattro metri successivi: la Dulfer è più impegnativa di quello che sembrava, la fessura è larga, la lama è scomoda da tirare e non ci si può fermare per proteggere, ma bisogna tener duro e andar su fin dove c’è un punto adatto per mettere un friend. La placca bagnata però rende tutto aleatorio, faccio qualche passo molto delicato in spaccata su appoggi umidi, ma poco sopra come temevo mi scivola un piede e mi ritrovo quattro metri più in basso. Sono bastati pochi istanti e il mio primo volo su un friend si è concluso; laggiù dalla sosta il mio compagno chiede se è tutto a posto, io lo rassicuro, ma ora sono tesissimo, non per la paura di farsi male, dato che non ci sono grandi rischi, ma per quella di non riuscire a passare: questo tiro devo finirlo io ad ogni costo. Riparto più attento e questa volta passo così posso alzarmi ancora per lunghi metri nella fessura finché non raggiungo finalmente la sosta; ho finito il tiro e i 50 lunghissimi metri sono sotto di me. recupero la corda e grido al compagno di partire; guardo l’orologio e valuto il tempo che ci abbiamo impiegato finora perché ho paura che sia troppo: il sole non esce e ora si è anche un po’ chiuso, speriamo che regga e che riusciamo ad uscire senza che il tempo cambi. Ora però che abbiamo sbloccato il risultato la partita sembra andare per il verso giusto e il tiro dopo fila liscio, dato che è molto simile a quello sotto, ma bello asciutto. Da secondo mi godo quelle bellissime lame, anche se la continuità è notevole e si comincia a sentire un po’ di stanchezza.

Arrivato in sosta alzo la testa ed eccola: posso ammirare finalmente da vicino la Tromba, la strana fessura svasa e obliqua che ho spiato in innumerevoli immagini. Vuole continuare il mio compagno, che sale splendido, in bellissima arrampicata e poco dopo tocca a me. Con tenacia riesco ad andare in libera nei delicati metri verticali, per arrivare poi al punto in cui la fessura traversa facilmente e ritrovarmi al passaggio di incastro con la gamba sinistra dove metto tutto quello che mi rimane per tenere il bordo svaso e bagnato della fessura e arrivare alla sosta. Lì guardo la fessura umida e strapiombante sopra di noi e mi piacerebbe che andasse ancora avanti lui, ma la via non me la sono ancora guadagnata e questo tiro tocca assolutamente a me, così mi consolo col fatto che sembra molto breve. Attacco e con qualche passo in libera e un po’ di artificiale sui friend sbarco sollevato su un piccolo boschetto sospeso: è il celeberrimo Pulpito dell’Eremita, fine delle difficoltà della via. Poi in realtà decidiamo di deviare su una via a fianco, dove le difficoltà sono più sostenute, e usciamo su una piccola cengia sotto il pianoro sommitale. Appena arrivati cominciamo ad attrezzare l’infinita serie di doppie che ci porteranno sotto l’Altare del Precipizio e per un attimo penso che sarebbe stato bello uscire in cima e godere un po’ del sole del pomeriggio e del panorama su questa bellissima valle, ma c’è nebbia e ci vorrà parecchio tempo per scendere: pazienza perciò. Del resto non eravamo qui per questo e lo sapevo, vista l’incursione in tempi rapidi che ho dovuto fare per riuscire ad incastrare tutto. Eravamo qui per la via e per ciò che significava: per la sua storia gloriosa, per la sua linea impeccabile e per la roccia solida e ruvida delle sue fessure.

Dopo due ore siamo di nuovo alla macchina, ma non riusciamo a vedere la parete del Precipizio, dato che la nebbia non ci ha mai lasciati ed ora è anche un po’ salita: ci accoglie in compenso un bello scampanare di mucche e noi ci cambiamo e mettiamo a posto la roba con calma. Finalmente comincio a rilassarmi e sono anche stanco, ma come sto bene lì, sotto quelle grandi pareti e quei boschi sospesi, che non riesco neanche a vedere, ma che ora mi appartengono più che mai. Qui posso essere ciò che mi piace di più: un alpinista che gioisce furtivo per la piacevole sensazione della tensione che passa, seduto sul prato dietro la macchina fra i cumuli di materiale da dividere, con tanta voglia di tornare a casa dai miei e ripensare alla via appena finita per attingere ricordi ed emozioni nei mesi che verranno.

Poi, nel lungo viaggio di ritorno che si concluderà a tarda notte, penso che due giorni prima, in tanti mi hanno detto “buon divertimento” e io ho risposto con un grazie frettoloso, sapendo che non potevo spiegare che non c’è nulla di divertente nella preoccupazione che non mi ha fatto dormire le notti scorse, nella fatica dell’avvicinamento, nella tensione delle lunghezze di arrampicata e nel continuo timore che qualcosa potesse impedirmi di uscire. Però alla fine poche cose valgono quel momento in cui c’è la soddisfazione di avere superato le ansie e le paure di non essere all’altezza: adesso è bello sapere di averlo voluto con determinazione e averlo saputo fare. Questa è l’eterna contraddizione di questa strana attività che non è facile capire. Sta facendo buio sull’autostrada, ma non importa: per me ora ci sono questi istanti di appagamento totale che dureranno finché la mia mente non si incastrerà con un’altra via, e il gioco ricomincerà.

Trovare il facile nel difficile

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Per chi arrampica in montagna, oltre che in falesia, l’altro lato della medaglia rispetto alla ricerca di andare su vie con maggiori difficoltà tecniche che raccontavo in un precedente post è quello di andare su grandi vie classiche, con difficoltà più moderate, ma con sviluppi elevati, scarsa chiodatura, difficoltà di accesso, ritirata e discesa.
Anni fa ad esempio l’obiettivo principale della stagione era la Frisch-Corradini, 700 m di lunghezza sulle Pale di San Martino, V+ di difficoltà massima, uscita sugli ultimi 200 m di IV grado della Castiglioni-Detassis alla Pala del Rifugio.
Spesso mi sono chiesto cos’era che mi continuava ad attirare in questo tipo di vie.

Perchè io sono un’emerita pippa, ma come molti altri con cui arrampico in falesia, sulle difficoltà di una via come la Frisch-Corradini (V+=5b) sui monotiri non mi ci scaldo neanche.
Se volevo e sognavo di andare a percorrere una via come quella era per il piacere di percorrere 700 m dovendomi trovare il percorso con intuito e ricerca della logica e “cercando il facile nel difficile”.
Era per provare continuamente il timore di essere andato fuori via e poi gioire nel trovare un chiodo arrugginito e mezzo nascosto.
Era per sentire la fatica mentale di cercare il modo di proteggermi per metri e metri guardando ogni buco o fessurazione della roccia e arrivare alla fine del tiro soddisfatto per averlo saputo fare.
Io volevo andare su una via senza avere la possibilità di rinviare una fila di spit, e magari temere per tutta la via di non reggere questa pressione e essere preoccupati di essere ribattuti ad ogni tiro.

Per questo quando leggo di qualcuno che dice che gli spit è meglio metterli per la sicurezza, perchè tanto se si vuole in fondo si possono anche non rinviare, beh penso che quel qualcuno non può essere un alpinista perchè non ha capito assolutamente cosa sia l’alpinismo.
L’alpinismo è quello che avviene in quella “zona in mezzo” e non la retorica dolciastra della “conquista delle vette”.

Viaggi organizzati

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Qualche anno fa per un periodo sono andato spesso in un’agenzia di viaggi per comprare i biglietti del treno e spesso dovevo un po’ aspettare perchè c’erano persone che erano lì per organizzare dei viaggi.

Mi capitava di ascoltare e quasi sempre queste persone (molte volte coppie che organizzavano il viaggio di nozze) si facevano programmare non solo i viaggi aerei, i pernottamenti e i trasferimenti, ma anche cosa vedere, quanto tempo fermarsi e a volte addirittura dove andare e spesso tutto questo in comitive che verranno formate da questi tour operator.
La cosa mi aveva molto colpito perchè per me da sempre la scelta delle destinazioni, la raccolta delle informazioni sui viaggi e il procurarsi il materiale (cartine, guide etc…) ha sempre costituito parte integrante del gusto del viaggio sin dai tempi dell’Interail all’Università. Anzi spesso questa fase dura molto di più del viaggio in se. Partire con delle idee chiare su cosa si vuol vedere, ma anche con la libertà di trovare gli alloggi sul posto e poter cambiare dei programmi mentre si è in viaggio e ancora si studia l’itinerario e il programma, fa parte del mio modo di intendere questa esperienza e forse me la porto dietro dal fatto di essere alpinista (dato che in alpinismo è sempre così). O forse mi piace l’alpinismo anche per questo motivo.

Quando sono andato in USA in viaggio di nozze avevo il biglietto aereo e la macchina noleggiata e poi solo un mucchio di cartine, guide e le idee abbastanza chiare su cosa mi piaceva vedere di quei posti. Addirittura mi ero procurato mesi prima le guide escursionistiche del Grand Canyon e di Yosemite su Amazon in modo che potevo prepararmi le escursioni sui sentieri di quei parchi. Ho passato l’ultimo mese prima di partire a studiarmi il materiale e a immaginarmi le cose: ora, tra l’altro con Internet è anche più facile tutta quest’opera di documentazione. Eppure mi ricordo che c’era una coppia alla quale l’addetta spiegava cos’era il Grand Canyon e cos’era la Monument Valley (“…quella di Vil Coyote” ), dopo aver spiegato se era meglio per loro andare in USA o in Australia: praticamente un universo parallelo al mio.

 

Lord Jim di Joseph Conrad

Lord Jim

Eccezionale romanzo, raccontato con una incredibile tecnica a “scatole cinesi” e tutto incentrato sul tragico e nobile personaggio di Jim, un giovane che, anche se dotato di grandissime capacità, non è in grado di fronteggiare e reagire ai fallimenti, dato che ha ambizioni e aspettative troppo alte nei propri confronti.

Jim al suo primo incarico come ufficiale, viene forzato dal comandante e dagli altri ufficiali ad abbandonare la sua nave piena di passeggeri per cui sembra che non ci sia più nulla da fare. La nave invece non affonda, viene salvata e il disonore cade su tutti gli ufficiali.
Così l’abbandono della nave Patna, che è un fallimento grave, ma comprensibile in quelle condizioni, diventa un dramma che Jim non riesce più a superare. Per tutto il romanzo vengono riportate le opinioni di varie persone che considerano il caso di Jim un semplice infortunio, con ampissime attenuanti, eppure lui non riesce mai a riaversi da questo errore e si autoesilia, volendo al momento stesso “rientrare nei ranghi”.

Quando alla fine trova l’occasione di riscatto, ma incappa in un secondo errore, anche in questo caso con conseguenze gravi, ma con scarse colpe, non riesce a ripartire come viene scongiurato dalla ragazza che lo ama, ma affronta il suo destino, dimostrando così anche che non gli manca il coraggio, ma la capacità di ricominciare daccapo dopo un fallimento.
Jim non ha saputo imparare a convivere con la propria imperfezione e, alla fine, quando quella che doveva essere la sua redenzione si conclude in tragedia, vede una sola via d’uscita.

Forse c’è uno strato ulteriore: la seconda volta Jim ha fatto tutto “bene”: non è fuggito, non si è lasciato trascinare, ha vinto la battaglia, ha salvato il villaggio, ha sconfitto i malvagi ed è stato magnanimo… e il disastro è arrivato lo stesso. Quel modello di perfezione secondo il quale credeva di dover vivere, si rivela imperfetto a sua volta: forse è troppo da sopportare.
In questa situazione non riesce neanche a vivere e ad apprezzare la vita: è troppo preso nei suoi ideali, troppo alti.
La scena in cui la ragazza lo scongiura di fuggire con lei è struggente e sembra metaforicamente proprio un richiamo della vita reale, dove spesso occorre fare la scelta “sbagliata”, a cui lui non riesce a rispondere.
Eccezionale il racconto dell’atteggiamento di Jim al processo: tutti gli altri, più colpevoli di lui, cercano solo di cavarsela col minor danno possibile, mentre lui è quasi indifferente al castigo, in quanto nulla sarà più duro da sopportare della vergogna e del tormento che si autoinfligge. Come non riconoscersi? Chi di noi non ha compiuto delle azioni di cui si vergogna e che vorrebbe cancellare a qualunque prezzo?

“Parlare! E così sia. Non è molto difficile parlare del signor Jim, dopo una buona cena, a sessanta metri sul livello del mare, con una scatola di sigari discreti a portata di mano, al fresco e alla luce delle stelle in una serata benedetta che indurrebbe il migliore di noi a scordare che siamo quì solo per divina concessione e che dobbiamo cercare la nostra rotta fra contrastanti segnali, attenti a ogni minuto prezioso e ad ogni passo irrimediabile, sperando in definitiva di cavarcela discretamente, ma senza esserne troppo sicuri comunque, e sapendo quanto sia maledettamente scarso l’aiuto che ci si può aspettare da chi ci sta accanto”

“Del resto, non è detta l’ultima parola, probabilmente non verrà mai detta. E la vita non è forse troppo breve per giungere a esprimere interamente quel discorso che con tutti i nostri balbettii è di certo l’unica nostra costante aspirazione?
Ho rinunciato ad aspettare tali ultime parole, che, se mai pronunciate, scuoterebbero cielo e terra. Ci manca il tempo per dire l’ultima parola, in amore, come in tema di desiderio, fede rimorso, accettazione, rivolta”

“Soffocavamo fianco a fianco nell’aria stagnante e surriscaldata; il tanfo di limo, di palude, il tanfo della terra feconda, sembrava pungerci la faccia; finchè improvvisamente a una curva fu come se in lontananza una gran mano avesse alzato un pesante sipario, avesse spalancato un portale immenso. Persino la luce ne sembrò rimescolata, il cielo sopra le nostre teste si allargò, e un mormorio lontano raggiunse il nostro orecchio, una frescura ci avvolse, ci riempì i polmoni, ci ravvivò il pensiero, il sangue, il rimpianto, e, dritto di fronte a noi, le foreste cedettero dinanzi all’orlo azzurro cupo del mare.
Respirai profondamente, provai un estremo godimento per la vastità dell’orizzonte aperto, per l’atmosfera diversa che pareva vibrare del travaglio della vita, dell’energia di un mondo impeccabile. Quel cielo e quel mare mi erano aperti. La ragazza aveva ragione: in essi esisteva un segno, un richiamo, qualcosa a cui rispondeva ogni fibra del mio essere. Lasciai vagare gli occhi attraverso lo spazi, come un uomo sciolto dalle catene che si sgranchisce le membra, corre, risponde alla esaltante gioia della libertà.
“E’ stupendo!”, esclamai.”

Bambini entusiasmo infinito

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Ritorno sull’argomento bambini, perchè c’è un’altra sensazione, oltre alla nostalgia, che è più simile a una dipendenza da emozioni che si hanno solo con i bimbi piccoli.

Negli anni infatti ho anche capito che mi piace, e non vorrei mai lasciare, il mondo fatto di stupore e meraviglia per le cose più normali e il gusto del divertimento con le cose più semplici che i bambini piccoli si portano dietro e che fa diventare meravigliosa qualsiasi attività che si fa insieme e che senza di loro sarebbe banale.

Vedere un cagnolino, un cavallo, anche una semplice montagna senza nessuna pretesa di grande cima, diventa un evento meraviglioso ed entusiasmante e questo da una bellissima sensazione perchè si riesce sempre a scatenare felicità e sorrisi con le cose più semplici.
E’ un po’ come la bella sensazione che si prova con il proprio cane quando basta che mettergli il guinzaglio per portarlo fuori per vedere la più grande manifestazione di gioia che un essere vivente può mostrare: riuscire a scatenare felicità con così poco mette addosso una grandissima serenità e avviene lo stesso, anzi in misura maggiore, coi bambini.

Per questo vorrei stare in un loop infinito, dato che ho paura di non riuscire più a far a meno di tutto questo: insomma o continuo a far bambini fino ad avere i primi nipoti o mi faccio ricoverare in un centro di disintossicazione

Linee di pietra

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Questo è un brano scritto qualche anno fa per parlare della Gola di Frasassi, uno dei posti che sento più “miei”, dove ho fatto i primi passi come speleologo a 16 anni e dove ho cominciato ad arrampicare a 30. E’ sempre bello rileggerlo e ricordare le sensazioni di quella mattina di Novembre di tanti anni fa e sentire la soddisfazione di averla poi finalmente salita quella “Balena Bianca” di cui parlavo allora.

Mentre entro con l’auto nel piazzale dove attacca il sentiero, il sole ancora non è spuntato a scaldare l’aria e allora si sente distintamente l’aria fredda che sembra già annunciare l’inverno che fra poco arriverà. Oggi però l’inverno può attendere, è una giornata limpidissima di metà Novembre, in una classica “estate di San Martino” e ciò che più conta è che sono qui e ho potuto ricavarmi mezza giornata di ferie per approfittare del sole e potermi godere la salita dalla Gola di Frasassi al Foro degli Occhialoni per il sentiero dei Gradoni. Ho un paio di rullini di diapositive e la giornata di oggi la voglio dedicare alle foto e all’escursione, senza pensare all’arrampicata e ai passaggi conosciuti o a quelli ancora da risolvere: oggi invece me la voglio prendere calma e assaporarmi i panorami e i colori di uno splendido autunno.

La giornata è bellissima e, dopo una stagione alpinistica entusiasmante, ma sempre con l’ansia di raggiungere le vie immaginate, mi sembra di volermi bere quell’aria frizzante e l’atmosfera rilassata di questa escursione solitaria.
Salgo tranquillo, nel ritmo costante della camminata e pian piano prendo coscienza di quanto ami questo mondo di luce: non mi basta mai la vista di quel verde così intenso, del verde più chiaro dei piccoli prati che ogni tanto si aprono e tutte le sfumature degli arrossamenti autunnali; non riesco a stancarmi delle grandi pareti che mi incombono addosso in questa larga gola, con la roccia che cambia colore in ogni zona, dal grigio, al bianco, al giallo e al rosso.

Le guardo, quelle pareti, e mi sembra di ritrovare delle vecchie amiche, dopo che nei mesi estivi le ho spesso trascurate per altre più alte ed austere: osservo gli spigoli e i diedri, le fessure e le placche e mi piace seguire le linee invisibili delle vie che vi sono tracciate, quelle che già ho percorso e le altre, quelle che ancora sogno e che sempre sembrano più vertiginose ed inaccessibili, fin quando uno non ci sia passato.
Arrivati all’altezza del grande e ciclopico antro non posso fare a meno di fermarmi per stupirmi come sempre di fronte a quegli incredibili strapiombi che sembrano formare una scala rovesciata o una volta di una enorme grotta che si interrompe improvvisamente a metà.
Lì si incontrano le vie aperte da numerose generazioni di scalatori e le ultime vie, sempre più belle sono fiorite proprio in questi ultimi anni.

Le conosco queste vie, in un paio di stagioni voraci sono riuscito a percorrerle quasi tutte: sul bel bastione a sinistra del grande antro c’è Soqquadro Volante, la vecchia classica di “Sax” Sacchini e Dobrilla, e intorno ad essa sono nate le vie dei fratelli Romagnoli e di Daniele Moretti, a destra la lunga cavalcata di Radio Alice e la storica via di Oliviero Gianlorenzi e poi in basso le brevi e classiche vie del bastione degli Eremiti.
E poi, proprio in centro, sfruttando una esile linea debole in mezzo agli strapiombi maggiori, sale sfrontata ed elegante la prima via del nuovo corso e per me la balena bianca ancora mai arpionata eppure sempre sognata: l’Evoluzione.
Mentre con gli occhi la seguo e ne ammiro l’eleganza, capisco di nuovo perché quella linea continuerà ad ossessionarmi e non mi darà pace finché non l’avrò percorsa e potrò ricordarmi i suoi passaggi, proprio come sempre mi avviene per le vie più blasonate delle Alpi o del Gran Sasso, e poco importa che questa sia qui a 40 minuti di macchina da casa e che attacchi a 300 m sul mare.

Poi salendo ancora arrivo alle pareti più brevi, ma più compatte, dove ci sono le vie di maggiore difficoltà e che sono per ora fuori dalla mia portata, ma che però mi fanno sempre venire voglia di allenarmi ancora di più per poterle percorrere. Hanno dei nomi secchi e senza fronzoli la Svolta, la Botta e lo Slungo e altre ancora.
Termino sulla crestina aerea e sottile, attrezzata con un cavo metallico e mi fermo proprio su di essa osservando in basso la vertiginosa altezza che mi separa dalla strada in fondo alla gola. Poi scendo un poco per raggiungere il Foro degli Occhialoni e guardare attraverso questa bizzarra fenditura che si apre in mezzo al pendio boscoso e buca la montagna e scorgere così giù in fondo l’ingresso delle famose grotte turistiche.

Lì mi siedo e posso riposarmi e mangiare qualcosa, ma per breve tempo, dato che è quasi ora di tornare giù per tornare in ufficio il pomeriggio. Mi alzo e mi incammino e già so che la luce e i colori vissuti oggi mi accompagneranno per diversi giorni nei diedri della vita quotidiana.
Quando giungo di nuovo sulla cresta mi fermo un attimo e ho di nuovo davanti a me tutta la Gola: allora la guardo e mi viene in mente che essa non racchiude solo un patrimonio ambientale e una bellezza unica, ma anche la storia di una passione e degli uomini da essa animati. La stessa passione ha mosso i primi timidi tentativi di Usseglio e Piccioni e ha spinto gli scalatori delle ultime generazioni a lasciare le proprie idee e i propri progetti su queste austere pareti di pietra.
E’ una passione che conosco bene, dato che mi possiede da anni ed è una delle cose che mi fa sentire vivo, e per questo motivo sono convinto che il suo segno debba restare sempre presente dentro queste splendide gole di roccia.