Undici anni dopo

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Gran Sasso, Monolito, via Golem di Paolo Caruso e Giulia Baciocchi, primo tiro.

Undici anni sono passati da quando tentai per la prima volta questo tiro e presi una sonora sberla che ridimensionò fortemente le mie velleitarie ambizioni di allora.
Quella legnata cambiò completamente il mio approccio all’arrampicata e mi diede lo sprone, in un’età che ormai era già matura, a cominciare un lavoro fisico e mentale per essere in grado di affrontare vie di questo genere con una minima speranza di esserne all’altezza.
E così undici anni dopo in una luminosa mattina di fine Settembre mi sono trovato di nuovo lì, più vecchio e anche stavolta con un’ansia vecchia di anni che mi tagliava il respiro, ma assolutamente determinato, o forse rassegnato, a provarci di nuovo.

Non è stato facile arrivare alla sosta, quaranta metri più in alto, non è stato semplice affrontare tutte le paure e i blocchi che c’erano dentro la mia testa per un tiro che per me non era come tutti gli altri di quella difficoltà che avevo affrontato, a volte bene o a volte male, in questi anni. Non è stato divertente, e non ho probabilmente neanche arrampicato molto bene per quanto ero teso. Ma era più difficile rinunciare e rimanere con questo incastro mentale un altro anno ancora.
Non so mai se ne vale la pena di vivere queste strane ossessioni, ma alla fine, un’altra volta ho assaporato l’emozione di raggiungere gli “Effimeri Traguardi”

E questa volta, in sosta, l’urlo non è mancato!

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Assonanze

mai-più

Ho letto questo bel post su un blog che seguo e che ho trovato molto affine a quello che avevo scritto qualche anno fa e che ho riportato qui.
Trovo questa conclusione davvero reale e mi ci ritrovo molto.

Cresci in fretta, bimba mia, ma non troppo in fretta. Dammi il tempo di godere del tempo, di fermarlo. Di sentirne il sapore agrodolce, e di capire che essere madre, in fondo, è una collezione senza fine di prime volte. Che spesso sono contemporaneamente le ultime, ancora più spesso sono uniche, in ogni caso indimenticabili.

Ossessionati

ossessionati

Mi sono sempre chiesto se sia possibile lasciare la scalata, volontariamente intendo: conosco amici che hanno smesso di giocare a tennis, a calcio, di andare in moto, di fare sport, di fumare ma nessuno che conosco è mai riuscito a smettere di scalare. Per me, che sono una pippa, è come un continuo tarlo nella testa, un lavorio mentale ininterrotto: credo che da quando ho cominciato a scalare non sia passato neanche un giorno senza che ci pensassi. A volte con mia moglie o con gli amici che non scalano fingo per non far capire quanto sono incastrato: magari loro sanno che mi piace l’arrampicata e la montagna, ma temo sempre che non potrebbero capire quanto possa prendermi e impegnarmi. Allora mi viene sempre in mente il bellissimo inizio del libro “Febbre a 90” di Hornby, che anche se non parla di scalata, coglie davvero bene questo aspetto

E’ sempre là dentro, in cerca di una via d’uscita. Mi sveglio verso le dieci, faccio due tazza di tè, le porto in camera, ne metto una sul suo comodino e una sul mio. Sorseggiamo pensierosamente; a così breve distanza dal risveglio lunghe pause, affollate di sogni, intercorrono tra un commento casuale e l’altro….. …E in tre piccole tappe, dopo quindici minuti che sono sveglio parto. Vedo Limpar correre verso Gillespie, inclinarsi a destra, cadere: RIGORE! DIXON SEGNA 2-0!…..Il colpo di tacco di Merson che supera Grobelaar ad Anfield…la girata al volo e il gran tiro di Davis contro il Villa… Qualche volta, quando mi lascio totalmente sopraffare da queste fantasticherie…tutta la mia vita calcistica mi balena davanti agli occhi. “A cosa stai pensando?” chiede lei. A questo punto mento. Non stavo affatto pensando a Martin Amis o a Gerard Depardieu o al Partito Laburista. D’altronde gli ossessionati non hanno scelta: in occasioni come queste devono mentire. Se dicessimo sempre la verità, non riusciremmo a mantenere rapporti con chi vive nel mondo reale. Verremmo lasciati a marcire con i nostri depliant dei programmi originali dell’Arsenal…. Nonostante i particolari quì riportati riguardino solo me, spero stuzzicheranno quanti si siano mai scoperti andare alla deriva, nel bel mezzo di una giornata di lavoro o di un film o di una conversazione, verso un sinistro al volo al sette di destra, sferrato dieci o quindici o venticinque anni fa.

E mi chiedo sempre se anche ad altri, come me, è mai capitato di mentire mentre stavano magari pensando al traverso sprotetto di Polimagò in Val di Mello, a Lynn Hill sul Great Roof del Nose, o a quel passo di blocco ancora da liberare che li separa dal loro primo 7b?

Fu vera gloria?

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Si parla molto ultimamente della salita in libera di Caldwell e Jorgeson della via Dawn Wall sul Cap in Yosemite (spesso sulla stampa non specializzata assolutamente a sproposito).
Tutti concordano nel ridimensionare quella che non è un’impresa, ma solo una grande ascensione in libera, alcuni sostengono che non si tratti neanche di alpinismo, ma solo di arrampicata sportiva, viste le facilitazioni logistiche e di attrezzatura dei passaggi.
Non so se questo sia vero, ma penso che se è vero che due importanti componenti dell’alpinismo sono l’esplorazione e il rischio, ce ne sono però anche altre e la difficoltà tecnica è una di queste. Quindi mi sento molto cauto a escludere dal campo dell’alpinismo una salita su una parete di quel genere.
Con l’occasione ho inserito nel blog nella sezione Riflessioni, un articolo su questo tema che avevo scritto anni fa sulla Rivista del CAI.

Buon divertimento!

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La via ha un nome bellissimo, così come quello della parete che percorre: Oceano Irrazionale al Precipizio degli Asteroidi, il grande sogno di Ivan Guerini, che per me è diventato un’ossessione, l’ultima grande classica della Val di Mello che volevo a tutti i costi salire. E’ sera e sono a casa, sto rileggendo per l’ennesima volta la scarna relazione della via e ancora guardo le foto trovate con Google per cercare di scovare particolari magari decisivi: continuo a farlo con la speranza che possano aiutarmi a tranquillizzarmi, ma invece, come sempre, aumentano solo i dubbi e gli interrogativi. Inutile nascondersi che l’ansia che precede sempre queste partenze è amplificata perché quest’anno così complicato quella è l’ultima occasione di realizzare quella salita.
Certo una stagione da dimenticare, fatta di lunghe attese e settimane e settimane a rimandare partenze e di consultazioni interminabili delle previsioni del tempo. Ormai questa è l’ultima occasione per quest’anno di realizzare una bella salita, di quelle che poi è bello ricordare, ma che certo tanta ansia creano quando sono ancora solo nella testa.

Il giorno dopo all’arrivo non sono tranquillo e l’unica cosa che mi consola è che domani mi toglierò finalmente quel chiodo fisso dalla testa. Come vorrei essere più forte da non temere quei tiri di VI+ in fessura e non preoccuparsi della strana fessura sghemba della Tromba, col suo enigmatico VII- da proteggere con il grosso friend numero 4. Come sarà domani? Reggerò al lungo avvicinamento, pur coi pochi metri di dislivello accumulati quest’anno? Saprò affrontare la paura di non farcela, di non passare o di volare? Riuscirò ad essere all’altezza della via?
La mattina come sempre mi vesto velocemente e vado alla finestra: è notte fonda alle 6 del mattino, e questo mi ricorda che ormai è Ottobre e la stagione è quasi finita. Ma sono quì e finalmente è l’ora di giocarsela con tutta la passione e l’ostinazione che mi ha permesso di non mollarla, quella via.

L’avvicinamento è come non avrei voluto che fosse: ostico e faticoso, con molta salita e tratti su terreno difficile in mezzo a boschi quasi verticali. Finalmente però arriviamo all’attacco, dove si vede tutta la nostra via, il sole purtroppo non ne vuole sapere di uscire, e rimane in mezzo alla nebbia alta. Poco dopo sono pronto e chiedo di partire per il primo tiro: sono impressionato dalla linea della via sopra di me e voglio entrare subito in partita. Attacchiamo, passiamo i primi due tiri e arriviamo alla seconda sosta sopra cui c’è il primo lunghissimo tiro in fessura: tocca a me e finalmente posso affrontare quella Dulfer che tanto ho esaminato in foto. Parto un po’ teso, rinvio l’unico chiodo del tiro e poi devo trattenere il fiato per i quattro metri successivi: la Dulfer è più impegnativa di quello che sembrava, la fessura è larga, la lama è scomoda da tirare e non ci si può fermare per proteggere, ma bisogna tener duro e andar su fin dove c’è un punto adatto per mettere un friend. La placca bagnata però rende tutto aleatorio, faccio qualche passo molto delicato in spaccata su appoggi umidi, ma poco sopra come temevo mi scivola un piede e mi ritrovo quattro metri più in basso. Sono bastati pochi istanti e il mio primo volo su un friend si è concluso; laggiù dalla sosta il mio compagno chiede se è tutto a posto, io lo rassicuro, ma ora sono tesissimo, non per la paura di farsi male, dato che non ci sono grandi rischi, ma per quella di non riuscire a passare: questo tiro devo finirlo io ad ogni costo. Riparto più attento e questa volta passo così posso alzarmi ancora per lunghi metri nella fessura finché non raggiungo finalmente la sosta; ho finito il tiro e i 50 lunghissimi metri sono sotto di me. recupero la corda e grido al compagno di partire; guardo l’orologio e valuto il tempo che ci abbiamo impiegato finora perché ho paura che sia troppo: il sole non esce e ora si è anche un po’ chiuso, speriamo che regga e che riusciamo ad uscire senza che il tempo cambi. Ora però che abbiamo sbloccato il risultato la partita sembra andare per il verso giusto e il tiro dopo fila liscio, dato che è molto simile a quello sotto, ma bello asciutto. Da secondo mi godo quelle bellissime lame, anche se la continuità è notevole e si comincia a sentire un po’ di stanchezza.

Arrivato in sosta alzo la testa ed eccola: posso ammirare finalmente da vicino la Tromba, la strana fessura svasa e obliqua che ho spiato in innumerevoli immagini. Vuole continuare il mio compagno, che sale splendido, in bellissima arrampicata e poco dopo tocca a me. Con tenacia riesco ad andare in libera nei delicati metri verticali, per arrivare poi al punto in cui la fessura traversa facilmente e ritrovarmi al passaggio di incastro con la gamba sinistra dove metto tutto quello che mi rimane per tenere il bordo svaso e bagnato della fessura e arrivare alla sosta. Lì guardo la fessura umida e strapiombante sopra di noi e mi piacerebbe che andasse ancora avanti lui, ma la via non me la sono ancora guadagnata e questo tiro tocca assolutamente a me, così mi consolo col fatto che sembra molto breve. Attacco e con qualche passo in libera e un po’ di artificiale sui friend sbarco sollevato su un piccolo boschetto sospeso: è il celeberrimo Pulpito dell’Eremita, fine delle difficoltà della via. Poi in realtà decidiamo di deviare su una via a fianco, dove le difficoltà sono più sostenute, e usciamo su una piccola cengia sotto il pianoro sommitale. Appena arrivati cominciamo ad attrezzare l’infinita serie di doppie che ci porteranno sotto l’Altare del Precipizio e per un attimo penso che sarebbe stato bello uscire in cima e godere un po’ del sole del pomeriggio e del panorama su questa bellissima valle, ma c’è nebbia e ci vorrà parecchio tempo per scendere: pazienza perciò. Del resto non eravamo qui per questo e lo sapevo, vista l’incursione in tempi rapidi che ho dovuto fare per riuscire ad incastrare tutto. Eravamo qui per la via e per ciò che significava: per la sua storia gloriosa, per la sua linea impeccabile e per la roccia solida e ruvida delle sue fessure.

Dopo due ore siamo di nuovo alla macchina, ma non riusciamo a vedere la parete del Precipizio, dato che la nebbia non ci ha mai lasciati ed ora è anche un po’ salita: ci accoglie in compenso un bello scampanare di mucche e noi ci cambiamo e mettiamo a posto la roba con calma. Finalmente comincio a rilassarmi e sono anche stanco, ma come sto bene lì, sotto quelle grandi pareti e quei boschi sospesi, che non riesco neanche a vedere, ma che ora mi appartengono più che mai. Qui posso essere ciò che mi piace di più: un alpinista che gioisce furtivo per la piacevole sensazione della tensione che passa, seduto sul prato dietro la macchina fra i cumuli di materiale da dividere, con tanta voglia di tornare a casa dai miei e ripensare alla via appena finita per attingere ricordi ed emozioni nei mesi che verranno.

Poi, nel lungo viaggio di ritorno che si concluderà a tarda notte, penso che due giorni prima, in tanti mi hanno detto “buon divertimento” e io ho risposto con un grazie frettoloso, sapendo che non potevo spiegare che non c’è nulla di divertente nella preoccupazione che non mi ha fatto dormire le notti scorse, nella fatica dell’avvicinamento, nella tensione delle lunghezze di arrampicata e nel continuo timore che qualcosa potesse impedirmi di uscire. Però alla fine poche cose valgono quel momento in cui c’è la soddisfazione di avere superato le ansie e le paure di non essere all’altezza: adesso è bello sapere di averlo voluto con determinazione e averlo saputo fare. Questa è l’eterna contraddizione di questa strana attività che non è facile capire. Sta facendo buio sull’autostrada, ma non importa: per me ora ci sono questi istanti di appagamento totale che dureranno finché la mia mente non si incastrerà con un’altra via, e il gioco ricomincerà.

Trovare il facile nel difficile

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Per chi arrampica in montagna, oltre che in falesia, l’altro lato della medaglia rispetto alla ricerca di andare su vie con maggiori difficoltà tecniche che raccontavo in un precedente post è quello di andare su grandi vie classiche, con difficoltà più moderate, ma con sviluppi elevati, scarsa chiodatura, difficoltà di accesso, ritirata e discesa.
Anni fa ad esempio l’obiettivo principale della stagione era la Frisch-Corradini, 700 m di lunghezza sulle Pale di San Martino, V+ di difficoltà massima, uscita sugli ultimi 200 m di IV grado della Castiglioni-Detassis alla Pala del Rifugio.
Spesso mi sono chiesto cos’era che mi continuava ad attirare in questo tipo di vie.

Perchè io sono un’emerita pippa, ma come molti altri con cui arrampico in falesia, sulle difficoltà di una via come la Frisch-Corradini (V+=5b) sui monotiri non mi ci scaldo neanche.
Se volevo e sognavo di andare a percorrere una via come quella era per il piacere di percorrere 700 m dovendomi trovare il percorso con intuito e ricerca della logica e “cercando il facile nel difficile”.
Era per provare continuamente il timore di essere andato fuori via e poi gioire nel trovare un chiodo arrugginito e mezzo nascosto.
Era per sentire la fatica mentale di cercare il modo di proteggermi per metri e metri guardando ogni buco o fessurazione della roccia e arrivare alla fine del tiro soddisfatto per averlo saputo fare.
Io volevo andare su una via senza avere la possibilità di rinviare una fila di spit, e magari temere per tutta la via di non reggere questa pressione e essere preoccupati di essere ribattuti ad ogni tiro.

Per questo quando leggo di qualcuno che dice che gli spit è meglio metterli per la sicurezza, perchè tanto se si vuole in fondo si possono anche non rinviare, beh penso che quel qualcuno non può essere un alpinista perchè non ha capito assolutamente cosa sia l’alpinismo.
L’alpinismo è quello che avviene in quella “zona in mezzo” e non la retorica dolciastra della “conquista delle vette”.

Viaggi organizzati

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Qualche anno fa per un periodo sono andato spesso in un’agenzia di viaggi per comprare i biglietti del treno e spesso dovevo un po’ aspettare perchè c’erano persone che erano lì per organizzare dei viaggi.

Mi capitava di ascoltare e quasi sempre queste persone (molte volte coppie che organizzavano il viaggio di nozze) si facevano programmare non solo i viaggi aerei, i pernottamenti e i trasferimenti, ma anche cosa vedere, quanto tempo fermarsi e a volte addirittura dove andare e spesso tutto questo in comitive che verranno formate da questi tour operator.
La cosa mi aveva molto colpito perchè per me da sempre la scelta delle destinazioni, la raccolta delle informazioni sui viaggi e il procurarsi il materiale (cartine, guide etc…) ha sempre costituito parte integrante del gusto del viaggio sin dai tempi dell’Interail all’Università. Anzi spesso questa fase dura molto di più del viaggio in se. Partire con delle idee chiare su cosa si vuol vedere, ma anche con la libertà di trovare gli alloggi sul posto e poter cambiare dei programmi mentre si è in viaggio e ancora si studia l’itinerario e il programma, fa parte del mio modo di intendere questa esperienza e forse me la porto dietro dal fatto di essere alpinista (dato che in alpinismo è sempre così). O forse mi piace l’alpinismo anche per questo motivo.

Quando sono andato in USA in viaggio di nozze avevo il biglietto aereo e la macchina noleggiata e poi solo un mucchio di cartine, guide e le idee abbastanza chiare su cosa mi piaceva vedere di quei posti. Addirittura mi ero procurato mesi prima le guide escursionistiche del Grand Canyon e di Yosemite su Amazon in modo che potevo prepararmi le escursioni sui sentieri di quei parchi. Ho passato l’ultimo mese prima di partire a studiarmi il materiale e a immaginarmi le cose: ora, tra l’altro con Internet è anche più facile tutta quest’opera di documentazione. Eppure mi ricordo che c’era una coppia alla quale l’addetta spiegava cos’era il Grand Canyon e cos’era la Monument Valley (“…quella di Vil Coyote” ), dopo aver spiegato se era meglio per loro andare in USA o in Australia: praticamente un universo parallelo al mio.