Le spiagge di un altro mare

Traiano

Qualche mese fa mi è tornato in mano il famoso libro della Yourcenar le “Memorie di Adriano” e rileggendo i brani sottolineati ho trovato questo passaggio in cui viene descritto un episodio della campagna che l’Imperatore Traiano condusse contro i Parti per conquistare i territori dell’Asia minore.

“Non appena giunto a Caraci, l’imperatore stremato era andato a sedersi sulla ghiaia, a contemplare le torbide acque del Golfo Persico. Si era ancora all’epoca in cui non dubitava della vittoria; eppure, per la prima volta, fu sopraffatto dall’immensità del mondo, dal terrore della vecchiaia, dei limiti che ci rinserrano tutti. Grosse lacrime rigarono il volto di quell’uomo che si credeva incapace di piangere. L’Imperatore, che aveva portato le aquile romane su lidi inesplorati fino a quel giorno, comprese che non si sarebbe imbarcato mai su quel mare tanto vagheggiato: l’India, la Battriana, tutto l’Oriente oscuro di cui s’era inebriato a distanza, sarebbe rimasto per lui un nome, una visione. L’indomani notizie funeste lo costrinsero a ripartire.
Tutte le volte che il destino mi ha detto no, ho ricordato quelle lacrime versate una sera, su una sponda lontana, da un vecchio che forse per la prima volta guardava in faccia la sua vita.”

E’ un brano struggente, pieno di suggestione e commozione, in cui Adriano capisce che ci sono imprese che per quanto si è grandi risultano impossibili e la vera grandezza (che poi sarà la sua) è quella di saperle evitare o sapere quando ci si deve rinunciare.
Oltre a questo aspetto, mi ha colpito il senso di finitezza che si coglie perfino in un così grande imperatore e che si trasmette ad ogni uomo anche su altri traguardi: è anche quello che accade a ogni alpinista che per quanto appassionato, per quanto esperto, sa che ci saranno sempre vie che rimarranno solo sogni.

Lord Jim di Joseph Conrad

Lord Jim

Eccezionale romanzo, raccontato con una incredibile tecnica a “scatole cinesi” e tutto incentrato sul tragico e nobile personaggio di Jim, un giovane che, anche se dotato di grandissime capacità, non è in grado di fronteggiare e reagire ai fallimenti, dato che ha ambizioni e aspettative troppo alte nei propri confronti.

Jim al suo primo incarico come ufficiale, viene forzato dal comandante e dagli altri ufficiali ad abbandonare la sua nave piena di passeggeri per cui sembra che non ci sia più nulla da fare. La nave invece non affonda, viene salvata e il disonore cade su tutti gli ufficiali.
Così l’abbandono della nave Patna, che è un fallimento grave, ma comprensibile in quelle condizioni, diventa un dramma che Jim non riesce più a superare. Per tutto il romanzo vengono riportate le opinioni di varie persone che considerano il caso di Jim un semplice infortunio, con ampissime attenuanti, eppure lui non riesce mai a riaversi da questo errore e si autoesilia, volendo al momento stesso “rientrare nei ranghi”.

Quando alla fine trova l’occasione di riscatto, ma incappa in un secondo errore, anche in questo caso con conseguenze gravi, ma con scarse colpe, non riesce a ripartire come viene scongiurato dalla ragazza che lo ama, ma affronta il suo destino, dimostrando così anche che non gli manca il coraggio, ma la capacità di ricominciare daccapo dopo un fallimento.
Jim non ha saputo imparare a convivere con la propria imperfezione e, alla fine, quando quella che doveva essere la sua redenzione si conclude in tragedia, vede una sola via d’uscita.

Forse c’è uno strato ulteriore: la seconda volta Jim ha fatto tutto “bene”: non è fuggito, non si è lasciato trascinare, ha vinto la battaglia, ha salvato il villaggio, ha sconfitto i malvagi ed è stato magnanimo… e il disastro è arrivato lo stesso. Quel modello di perfezione secondo il quale credeva di dover vivere, si rivela imperfetto a sua volta: forse è troppo da sopportare.
In questa situazione non riesce neanche a vivere e ad apprezzare la vita: è troppo preso nei suoi ideali, troppo alti.
La scena in cui la ragazza lo scongiura di fuggire con lei è struggente e sembra metaforicamente proprio un richiamo della vita reale, dove spesso occorre fare la scelta “sbagliata”, a cui lui non riesce a rispondere.
Eccezionale il racconto dell’atteggiamento di Jim al processo: tutti gli altri, più colpevoli di lui, cercano solo di cavarsela col minor danno possibile, mentre lui è quasi indifferente al castigo, in quanto nulla sarà più duro da sopportare della vergogna e del tormento che si autoinfligge. Come non riconoscersi? Chi di noi non ha compiuto delle azioni di cui si vergogna e che vorrebbe cancellare a qualunque prezzo?

“Parlare! E così sia. Non è molto difficile parlare del signor Jim, dopo una buona cena, a sessanta metri sul livello del mare, con una scatola di sigari discreti a portata di mano, al fresco e alla luce delle stelle in una serata benedetta che indurrebbe il migliore di noi a scordare che siamo quì solo per divina concessione e che dobbiamo cercare la nostra rotta fra contrastanti segnali, attenti a ogni minuto prezioso e ad ogni passo irrimediabile, sperando in definitiva di cavarcela discretamente, ma senza esserne troppo sicuri comunque, e sapendo quanto sia maledettamente scarso l’aiuto che ci si può aspettare da chi ci sta accanto”

“Del resto, non è detta l’ultima parola, probabilmente non verrà mai detta. E la vita non è forse troppo breve per giungere a esprimere interamente quel discorso che con tutti i nostri balbettii è di certo l’unica nostra costante aspirazione?
Ho rinunciato ad aspettare tali ultime parole, che, se mai pronunciate, scuoterebbero cielo e terra. Ci manca il tempo per dire l’ultima parola, in amore, come in tema di desiderio, fede rimorso, accettazione, rivolta”

“Soffocavamo fianco a fianco nell’aria stagnante e surriscaldata; il tanfo di limo, di palude, il tanfo della terra feconda, sembrava pungerci la faccia; finchè improvvisamente a una curva fu come se in lontananza una gran mano avesse alzato un pesante sipario, avesse spalancato un portale immenso. Persino la luce ne sembrò rimescolata, il cielo sopra le nostre teste si allargò, e un mormorio lontano raggiunse il nostro orecchio, una frescura ci avvolse, ci riempì i polmoni, ci ravvivò il pensiero, il sangue, il rimpianto, e, dritto di fronte a noi, le foreste cedettero dinanzi all’orlo azzurro cupo del mare.
Respirai profondamente, provai un estremo godimento per la vastità dell’orizzonte aperto, per l’atmosfera diversa che pareva vibrare del travaglio della vita, dell’energia di un mondo impeccabile. Quel cielo e quel mare mi erano aperti. La ragazza aveva ragione: in essi esisteva un segno, un richiamo, qualcosa a cui rispondeva ogni fibra del mio essere. Lasciai vagare gli occhi attraverso lo spazi, come un uomo sciolto dalle catene che si sgranchisce le membra, corre, risponde alla esaltante gioia della libertà.
“E’ stupendo!”, esclamai.”