Il sole di Ottobre

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Oggi era una classica splendida giornata di Ottobre con la luce nitida, ma un po’ obliqua che c’è solo in questo periodo. Era un richiamo bellissimo a cui non potevo resistere e ho allungato la pausa pranzo di 2 ore, inventando una scusa per il ritardo e inserendo poi due ore di permesso.
Tre ore e mezzo che ho passato all’aperto, a camminare nei boschi vicino a dove lavoro, inebriandomi di quell’aria limpida come una sorgente.
Tornato in ufficio ho lavorato fino alle 19,00 come non mi succedeva da settimane, concentrato e lucido e ho terminato i compiti più impegnativi di questo periodo.
Ho sempre fatto fatica a conciliare i tempi del lavoro, della famiglia e delle incombenze quotidiane con il tempo necessario a vivere la passione per la scalata e per l’aria aperta e a volte mi chiedo se ne valga la pena. Ma poi questi momenti mi fanno continuare a strappare queste fette di vita con determinazione e con sotterfugi…..
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Lavorare stanca…

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“Chi non lavora i tiri in maniera seria trova giustificazioni varie per la sua codardia pur di non guardare in faccia le realtà di questa disciplina.
Ripetere un tiro duro vuol dire andare incontro ad ansia e paura, vuol dire dover controllare con la mente quel che in genere nell’avvista controlla il cuore.
Ripetere un tiro duro è come mettersi sui blocchi dei 200 metri, senza pietà: l’improvvisazione sta a zero, solo tecnica, tattica ed allenamento contano.
Ripetere un tiro è sport e la poesia è difficile da ricercare nella fatica: lavorare stanca.”

Da un post su PM che condivido pienamente

Sfilare la corda

Partenza

Quando si cade, in scalata libera, è regola non scritta sfilare la corda e ripartire dal basso, anche se non si ha voglia, anche se si è più stanchi di prima, anche se tutti i “se” caricano la testa e la ragione: la forza di farlo è già un immenso premio.

Un brano di Fabio Palma che trovo sempre più vero: sfilare quella corda, dopo che hai affrontato fatiche e ansie per portarla in catena è l’ultima cosa che vorresti fare, una volta sceso, e sicuramente è una difficoltà maggiore di quelle della via salita.  Eppure sono sempre più convinto che sia l’essenza della scalata, più ancora delle salite a vista: riprovare una via appena salita vuol dire non soltanto affrontare la fatica e le difficoltà, come in ogni altro sport, ma anche immergersi di nuovo nelle paure irrazionali dei punti di non ritorno e di entrare in un territorio non conosciuto.
E questo si deve farlo appena si è riusciti a uscirne.

Corde fisse

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Lo confesso.

Mi alleno spesso in falesia da solo, utilizzando corde fisse.

Sono anni che lo faccio: sfrutto momenti morti, pause pranzo, ore di ferie, pomeriggi infrasettimanali con la scusa di far tardi al lavoro. Per una volta che vado ad arrampicare in compagnia ce ne sono almeno altre due in cui vado da solo. Probabilmente è dovuto alla mia formazione come speleologo e alla conseguente conoscenza di tutte le tecniche di risalita e assicurazione su corda che mi hanno facilitato.

Questo spesso lascia perplessi i pochi scalatori che incontro e che mi guardano come uno strano marziano, addobbato con strumenti che di solito il falesista medio non sa neanche che esistono. A volte invece questo sistema desta un’ostilità, quasi fosse un accanimento, o come fosse poco etico o corretto per i canoni della scalata in falesia, e questo anche se molti big lo usano per praticità.

Per me invece è il contrario: amo molto i momenti di solitudine in falesie che normalmente sono molto affollate, mi piace poter studiare i passaggi con calma, sulle vie che devo lavorare, oppure percorrere velocemente tante vie che insieme a un compagno necessiterebbero di diverse ore. Questa velocità rende anche possibile incastrare ore di allenamento in giornate infrasettimanali quando il tempo è poco, oppure d’inverno a metà giornata e questo per me è essenziale per conciliare le esigenze famigliari e lavorative con quelle dell’arrampicata.

A volte per il furore agonistico lascio anche corde fisse già sistemate in falesie dove so che tornerò e così posso risparmiare tempo. Cerco sempre di metterle in modo da non dar fastidio, di lasciarle su tiri poco frequentati, ma molte volte questo non piace ai frequentatori o ai chiodatori che la vivono come un’intrusione: ho preso anche solenni lavate di capo per questo motivo, anche se capisco che sono più i motivi psicologici che quelli pratici a provocare questa ostilità.

Prima o poi temo che mi cacceranno dalle falesie e dai salotti buoni dell’arrampicata e mi troverò a vagare ramingo per greppi con le mie lise corde fisse evitato da tutti…..

Il lavoro del “lavorato”

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Il grado lo trascrivo, idealmente oppure in concreto, nel mio personale taccuino di vie che sono riuscito a fare.
Proprio accanto al nome della via.
Prima di fare questo, però, devo arrivare in catena.
Devo salire la via, a vista se ho il livello, oppure studiando i movimenti.

Devo provare e riprovare. Devo allenarmi. Devo avvilirmi, e poi ritrovare fiducia. Devo aver paura di uno spit lontano, e poi imparare a non averne più. Devo saper aspettare da un sabato al sabato dopo. O a volte devo aspettare un mese, un anno.
Devo trovare l’ora giusta del giorno, un momento di grazia. Devo usare la roccia, per andar su, con il giusto mix di strafottenza e di garbo, di rabbia e di meticolosità.
Devo parlare con qualcuno, ogni tanto, di questo trip mentale, di questa evasione totale da tutti i mille problemi noiosi o dolorosi della vita.

Alla fine di tutto questo, e un po’ anche nel frattempo, il grado sta lì, non scompare mai del tutto. E’ un po’ come se fosse la sintesi, ma anche la negazione dell’arrampicata, il suo annullamento.
Quando quel certo grado l’hai raggiunto, una settimana dopo cominci a guardare un pizzico più in alto…
E la via a cui stavi dietro, prima, ormai non esiste più.

Post di smilzo su Fuori Via

Ossessionati

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Mi sono sempre chiesto se sia possibile lasciare la scalata, volontariamente intendo: conosco amici che hanno smesso di giocare a tennis, a calcio, di andare in moto, di fare sport, di fumare ma nessuno che conosco è mai riuscito a smettere di scalare. Per me, che sono una pippa, è come un continuo tarlo nella testa, un lavorio mentale ininterrotto: credo che da quando ho cominciato a scalare non sia passato neanche un giorno senza che ci pensassi. A volte con mia moglie o con gli amici che non scalano fingo per non far capire quanto sono incastrato: magari loro sanno che mi piace l’arrampicata e la montagna, ma temo sempre che non potrebbero capire quanto possa prendermi e impegnarmi. Allora mi viene sempre in mente il bellissimo inizio del libro “Febbre a 90” di Hornby, che anche se non parla di scalata, coglie davvero bene questo aspetto

E’ sempre là dentro, in cerca di una via d’uscita. Mi sveglio verso le dieci, faccio due tazza di tè, le porto in camera, ne metto una sul suo comodino e una sul mio. Sorseggiamo pensierosamente; a così breve distanza dal risveglio lunghe pause, affollate di sogni, intercorrono tra un commento casuale e l’altro….. …E in tre piccole tappe, dopo quindici minuti che sono sveglio parto. Vedo Limpar correre verso Gillespie, inclinarsi a destra, cadere: RIGORE! DIXON SEGNA 2-0!…..Il colpo di tacco di Merson che supera Grobelaar ad Anfield…la girata al volo e il gran tiro di Davis contro il Villa… Qualche volta, quando mi lascio totalmente sopraffare da queste fantasticherie…tutta la mia vita calcistica mi balena davanti agli occhi. “A cosa stai pensando?” chiede lei. A questo punto mento. Non stavo affatto pensando a Martin Amis o a Gerard Depardieu o al Partito Laburista. D’altronde gli ossessionati non hanno scelta: in occasioni come queste devono mentire. Se dicessimo sempre la verità, non riusciremmo a mantenere rapporti con chi vive nel mondo reale. Verremmo lasciati a marcire con i nostri depliant dei programmi originali dell’Arsenal…. Nonostante i particolari quì riportati riguardino solo me, spero stuzzicheranno quanti si siano mai scoperti andare alla deriva, nel bel mezzo di una giornata di lavoro o di un film o di una conversazione, verso un sinistro al volo al sette di destra, sferrato dieci o quindici o venticinque anni fa.

E mi chiedo sempre se anche ad altri, come me, è mai capitato di mentire mentre stavano magari pensando al traverso sprotetto di Polimagò in Val di Mello, a Lynn Hill sul Great Roof del Nose, o a quel passo di blocco ancora da liberare che li separa dal loro primo 7b?