Tecnica di autoassicurazione in arrampicata

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La tecnica di autoassicurazione in arrampicata è da sempre un argomento misterioso.
Non viene insegnato nei corsi e si tramanda praticamente oralmente fra scalatori. E’ uno degli argomenti che più hanno appassionato i lettori dei forum, insieme ad un altro “evergreen” come “spit si o no?”

Roberto Iannilli, semplicemente Roberto nei forum, era un grandissimo cultore dell’arrampicata in solitaria autoassicurato (da non confondere con le solitarie slegati, le cosiddette “free solo”): con questa tecnica ha fatto importanti prime ripetizioni e incredibili aperture di vie nuove. Quindi a ragione ha deciso a un certo punto di scrivere un piccolo manuale su questa tecnica che aveva poi pubblicato in riposta a un’ennesima domanda sul forum di Planet Mountain.

Mi sono imbattuto poco tempo fa in questo vecchio topic e ho deciso di pubblicare quì il suo piccolo manuale, sia per renderlo più visibile e citabile (con un link diretto), sia come omaggio a questo piccolo grande uomo che ci manca sempre di più.

Tecnica di autoassicurazione in arrampicata

di Roberto Iannilli

Tempo fa scrissi una specie di manuale sull’arrampicata in solitaria: è frutto della mia esperienza e i sistemi utilizzati sono del tutto soggettivi.
I sistemi per andare in solitaria sono vari ed ogni solitario è convinto che il suo sia quello migliore, quindi prendere le indicazioni che seguono come uno spunto, poi fate come vi pare. Solo una cosa, non dite che è colpa mia se poi vi fate male, andare in arrampicata solitaria è più pericoloso che andare in cordata.
E comunque, io non sono affatto convinto che il mio metodo (che poi non è il mio personale ma è usato da molti) sia il migliore, è soltanto il metodo che con gli anni, solitaria dopo solitaria, ho aggiornato e con il quale mi sono trovato bene.

Avvertenze iniziali

  • Si raccomanda di non arrampicare da soli, la scalata in cordata resta la migliore soluzione.
  • L’arrampicata è un’attività pericolosa per natura, voi siete responsabili delle vostre azioni e decisioni.
  • La pratica dell’arrampicata in solitaria autoassicurata è riservata a utilizzatori esperti.
  • In arrampicata solitaria, in caso d’incidente con conseguente perdita di coscienza, il soccorso sarà difficile.
  • Indossare sempre il casco.
  • Non arrampicare in solitaria senza aver avvertito qualcuno della vostra destinazione e del vostro probabile orario di ritorno.
  • Nessuna soluzione è universale, dovrete essere in grado di adattare le nostre proposte tecniche alle difficoltà del terreno scelto.
  • La corretta comprensione delle soluzioni proposte richiede di aver consultato, compreso e assimilato le note informative di tutti gli attrezzi consigliati.
  • Gli attrezzi consigliati sono testati e omologati per un uso diverso da quello spiegato in questo manuale, le modifiche illustrate non sono ammesse e possono procurare inconvenienti anche gravi. Come le stesse case costruttrici, anche noi decliniamo ogni responsabilità per incidenti causati da un uso di questi attrezzi improprio.

La progressione in solitaria nell’ arrampicata artificiale

Chi ha esperimentato la scalata in solitaria conosce l’intensità delle emozioni che questo autarchico modo di arrampicare può trasmettere. Il tempo, la fatica, la concentrazione, tutto appare diverso e sembra davvero di entrare in un’altra dimensione. Se a queste impressioni ci uniamo la precarietà e la sensazione di aleatorio tipica dell’ artificiale moderno, il risultato sarà un ingaggio che vi farà sperimentare percezioni analoghe ad un viaggio psichedelico. Infatti non è rado incontrare alpinisti ormai perduti nel tunnel della dipendenza da tale sconveniente passione autolesionista.
Per salire una via di artificiale moderno in solitaria, occorrono consolidate capacità tecniche, una fortissima motivazione, un pizzico di follia e un notevole allenamento alla fatica (oltre al su detto autolesionismo). In generale possiamo dire che il connubio tra artificiale e solitaria è probabilmente il modo più faticoso e pericoloso di scalare una parete.
Rispetto alla solitaria assicurata su itinerari che si scalano in libera (o con tratti di artificiale classica), la solitaria in artificiale moderno praticamente mantiene gli stessi metodi di autoassicurazione.

I freni automatici autobloccanti.

Cominciamo con l’attrezzo fondamentale per la progressione in solitaria, il freno automatico autobloccante (o semplicemente freno autobloccante).
Anche se esistono attrezzi specifici come il SilentPartner o il Soloist, la quasi impossibilità di trovarli in commercio e l’ingombro, fanno si che oggi si preferisca l’utilizzo di freni autobloccanti derivati dall’ uso nel free-climbing, ovvero il GriGri modificato o il Cinch.
Nonostante questi ultimi siamo impiegati abbastanza comunemente nella solitaria assicurata, le case costruttrici considerano tale uso improprio e quindi declinano ogni responsabilità. Infatti, oltre a non essere omologati per la scalata solitaria, sia l’uno che l’altro hanno varie controindicazioni e, a dispetto di tutte le cautele possibili, resta un margine di rischio non calcolabile. Ma lo sappiamo tutti, l’alpinismo porta con se sempre un elemento di incognita, l’arrampicata artificiale ne aggiunge una quota e, infine, la solitaria completa l’avventura. Sta allo scalatore scegliere se rischiare o vivere sereno il proprio alpinismo ragionevole. Quindi cautela e pensateci cento volte prima di avventurarvi in scalate del genere, come scritto in precedenza, per l’arrampicata solitaria servono una fortissima motivazione e un pizzico di follia e non sta a noi incentivare la follia.

Ma torniamo a considerazioni puramente tecniche e meno filosofiche, e analizziamo i due attrezzi più utilizzati attualmente.
Il GriGri è il freno autobloccante più usato nell’ arrampicata solitaria dall’ inizio del nuovo millennio. La scoperta delle sue possibilità, alternative a quelle usuali, ha portato molti scalatori solitari ad alzare le pretese e osare di più. La differenza sostanziale tra il metodo tradizionale e l’utilizzo del GriGri (e in seguito del Cinch) è nello scorrimento della corda.
Con i vecchi sistemi, ovvero i nodi autobloccanti tipo prusik e marchand, c’era la complicazione di essere obbligati a darsi corda prima di affrontare un passaggio di arrampicata. Ciò comportava un lasco, vale a dire la corda lenta e abbondante: l’effetto più deterrente immaginabile per lo scalatore. Oltre a questo, il dover utilizzare ambedue le mani onde permettere al nodo autobloccante di scorrere lungo la corda, rendeva impossibile affrontare una serie di passaggi sostenuti senza trovare un ancoraggio a cui appendersi per effettuare la manovra. Sorreggersi ad un appiglio con una mano e tentare con l’altra di far scorrere il nodo lungo la corda è praticamente impossibile.
Purtroppo i progettisti della Petzl, casa costruttrice del GriGri, non potevano immaginare che la loro creazione avrebbe avuto un utilizzo così particolare e l’ attrezzo, per poter essere davvero funzionale, occorre di due sostanziali modifiche. Queste producono una manomissione che può, in casi eccezionali, diventare un pericolo serio.
La prima modifica è indispensabile per permettere alla corda di scorrere agevolmente. Consiste nella totale eliminazione dell’aletta triangolare che chiude il lato dove la corda entra, proprio a sinistra dell’ icona raffigurante l’ omino che scala. In caso di volo, tale aletta ha la funzione di impedire alla corda di finire sotto la leva nera, collegata alla camma di bloccaggio della corda da un supporto in acciaio di spessore relativamente sottile. La recondita conseguenza della modifica è quindi che, nella dinamica spesso convulsa di una caduta, il supporto possa ghigliottinare la corda malauguratamente finitaci sotto. Non siamo a conoscenza di incidenti dovuti a questo problema, ma la possibilità, se pur remota, c’ è.
Gli scalatori più prudenti hanno ovviato eliminando solo in parte questa aletta, ma lo scorrimento migliora solo parzialmente creando altri problemi, come il restare bloccati a metà di un passaggio difficile, magari con la protezione lontana.
La seconda modifica da effettuare, questa senza controindicazioni, è forare il risvolto che agevola il passaggio della corda in uscita, proprio sopra l’ icona della manina che tiene la corda. Il forellino occorre per far passare un cordino di pochi millimetri di spessore, da collegare ad un’imbragatura leggera alta, o pettorale. Questo accorgimento è indispensabile per tenere in posizione il GriGri, che altrimenti penzolerebbe inutile all’ imbrago.
Qualche scalatore preferisce non forare il risvolto ma il lato opposto, proprio sotto la punta della leva nera. La particolare posizione dell’intervento costringe però a limitare al massimo il diametro del foro, rendendolo appena sufficiente per introdurre un cordino sottile, meglio se metallico. Anche se in pratica non si intacca un punto strutturale del GriGri, occorre comunque bucare il metallo proprio accanto alla cerniera della camma. Se da un lato, questa variante alla seconda modifica agevola il posizionamento dell’attrezzo all’ imbrago, dall’ altro e sostanzialmente più invasiva.

Sia la modifica per far scorrere la corda che quella per tenere in posizione l’ attrezzo sono state superate con l’ utilizza del Cinch.
Rispetto al GriGri, questo freno bloccante automatico ha delle dimensioni più compatte, un peso ridotto, la cerniera della camma con un foro che sembra fatto apposta per mantenerlo nella posizione corretta e non esiste il rischio ghigliottina.
Anche il Cinch ha però le sue controindicazioni. La principale è la difficoltà nello sbloccaggio della camma che frena la corda dopo essere rimasti appesi.
Mentre con il GriGri, quando ci si ferma per un riposo (resting) e si riprende l’ arrampicata, generalmente l’ attrezzo scorre, con il Cinch capita spesso di non riuscire a ripartire se non dopo aver sbloccato la corda con la leva nera. Oltre a questo c’è il problema dell’ usura del piccolo cilindro di acciaio posizionato all’ uscita della corda, dove è l’ icona della manina che tiene la corda.
Questo piccolo cilindro è posizionato per migliorare la resistenza all’ usura da sfregamento della corda, è sufficiente però una corrosione appena percettibile e l’ efficienza del freno diminuisce. Nel free-climbing è un problema limitato ad un aumento di dinamicità, mentre nell’ arrampicata solitaria produce lo sgradevole effetto di non arrestare completamente lo scorrimento e dopo un volo o un resting, si continua inesorabilmente a scendere verso la fine della corda (a meno di non aggrapparsi a qualche ancoraggio o fare un prusik al volo.

Ci sono altre due controindicazioni, queste comuni ai due attrezzi.
La prima è che hanno bisogno di una strappo deciso per bloccare e quindi scivolare su una placca appoggiata potrebbe non essere sufficiente per fermare il volo. La seconda è l’eventualità, per fortuna inconsueta, che durante il volo la leva nera resti aperta a causa di urti involontari. E’ per ciò importantissimo controllare l’attrezzo per verificare che sia posizionato nel giusto verso, ovvero con la leva nera rivolta verso lo scalatore e senza fettucce o cordini che gli passino vicini abbastanza da rischiare di agganciarla.
Ambedue gli attrezzi vanno collegati all’ imbragatura con un moschettone a ghiera, meglio se simmetrico. Per far si che questi siano sistemati nel modo corretto, e relativamente al riparo da pericolosi agganci, il moschettone a ghiera non dovrà essere agganciato all’ anello di servizio ma direttamente nell’ alloggiamento dove ci si lega alla corda.
Gli attrezzi vanno tenuti in posizione collegandoli con una fettuccia regolabile ad un pettorale (va bene anche una fettuccia incrociata intorno alle spalle). Per Il GriGri tramite il cordino passato nel foro di una delle due modifiche, mentre per il Cinch direttamente nel foro centrale costituito dalla cerniera. La fettuccia deve essere regolabile per permettere di tirare il giusto gli attrezzi, in modo che non abbiano gioco e rimangano stabili durante l’uso.

Il t-block

Una difficoltà da superare per avere un freno autobloccante ben scorrevole, è il peso della corda in uscita dall’ attrezzo. A proposito di ciò, una scuola di pensiero consiglia di portare con se la corda sistemata in uno zaino, ma il peso aggiuntivo fa si che questo metodo sia utilizzabile soltanto per scalate facili, meglio se necessitano di poco materiale per proteggersi (vie attrezzate). Per le nostre esigenze è preferibile alleggerire il peso della corda in uscita dal GriGri/Cinch appendendone un anello di circa 15/20 metri all’ imbragatura. Per tenere in posizione questo anello, e per poter recuperare corda con una sola mano, è molto utile il t-block.
Il t-blok è una minuscola maniglia per la risalita di emergenza sulla corda, ha in vantaggio di non pesare quasi nulla e di permettere allo scalatore solitario di recuperare relativamente con facilità la corda.
Il t-block va agganciato ad un moschettone senza ghiera in uno dei portamateriale dell’ imbragatura. In genere su quello posteriore destro, in modo da recuperare corda con la mano destra (se non si è mancini, ovvio).
Questo sistema permette al freno autobloccante di scorrere senza intoppi ma bisogna fare attenzione a non restare con l’ anello di corda ormai strozzato nel bel mezzo di un passaggio, magari difficile.

Le fasi della progressione in solitaria assicurata

  1. Attrezzare un punto di sosta con gli ancoraggi predisposti alla tenuta anche verso l’alto (la sosta si può ribaltare in assenza di un compagno appeso o di un contrappeso consistente). Autoassicurarsi alla sosta

  2. Appendere il sacco da recupero in modo da utilizzarlo come contrappeso. Nell’ eventualità di assenza del sacco, o di un peso trascurabile di questo ultimo, adoperare un dissipatore a frizione.

  3. Servirsi un moschettone a ghiera per legare la corda con un nodo delle guide con frizione alla sosta. E, visto che non si sa mai, fare anche un contro nodo.

  4. Fissare la corda di servizio (a cui andrà agganciato il saccone da recupero) all’ imbragatura.

  5. Sistemare con cura le corde (quella per la sicurezza e quella di servizio) alla sosta, facendo attenzione che siano messe nel verso con cui saranno sollevate mentre si sale. Se c’ è posto in piano, ad esempio su un terrazzino o una cengia, sistemarle a terra, facendo attenzione che non si incaglino con qualche roccia o con lo zaino. In assenza di uno spazio adatto sistemarle in due sacche con l’apertura ampia (tipo quelle in tela dei supermercati), facendo sempre attenzione al verso e all’ assenza di ostacoli che possano impigliarle. Nel caso di assenza del saccone da recupero e della relativa corda di servizio, è possibile ordinare la corda in anelli lunghi circa 5 metri a cavallo dello zaino (appeso alla sosta come contrappeso).

  6. Posizionare il freno autobloccante (GriGri o Cinch) all’ imbragatura e metterlo nella posizione corretta utilizzando una imbragatura alta o pettorale (punto A). Inserirci la corda in modo che il capo legato alla sosta passi nell’ ingresso caratterizzato dall’ icona dell’omino che arrampica. Allungare l’autosicura al punto di sosta in modo da poter provare il GriGri/Cinch, verificando che sia perfettamente montato e funzionante.

  7. Utilizzando il capo della corda che esce dal freno autobloccante, fare un anello di circa 15/20 metri e inserirlo in un t-block, agganciato all’ imbrago in un posto comodo da raggiungere. Provare se il verso di scorrimento della corda nel t-block sia quello giusto (punto B).

  8. Sistemare tutto il materiale necessario alla scalata sull’ imbragatura, indossare il casco e le scarpette di arrampicata (se c’è della scalata in libera), agganciare all’ imbragatura la corda di servizio alla quale è legato il saccone da recupero, togliere l’autosicura e iniziare la salita.

  9. Mentre si arrampica fare attenzione che tutto funzioni alla perfezione. Verificare che la corda scorra bene nel freno autobloccante e non si aggrovigli al punto di sosta sottostante. Controllare che l’ anello di alleggerimento passato nel t-block non si esaurisca o che tenda ad incastrarsi su qualche asperità rovescia della roccia.

  10. Quando si inizia ad essere alti, verificare che la corda non abbia superato il punto di equilibrio tra il tratto che sale dalla sosta e quello che esce dal freno autobloccante e torna verso il basso, ancora non utilizzato. In genere si sente una particolare leggerezza nell’ attrito della corda, è il segno che questa comincia a pesare più dalla parte che sale allo scalatore. Il rischio è che la corda inizi a scivolare indietro, formando un lasco preoccupante e spesso inavvertito. Per evitare questo inconveniente consigliamo di frazionare il tiro di corda direttamente sul moschettone di qualche ancoraggio tramite un nodo a mezzo barcaiolo. Non utilizzare cordini con nodi autobloccanti (tipo prusik), in caso di volo l’ancoraggio sarebbe sollecitato in modo statico, mentre se si utilizza un mezzo barcaiolo (fattibile anche con una sola mano) si fraziona il tiro ma la sollecitazione sull’ ancoraggio resta quasi nulla.

  11. Quando si passa la corda in una protezione appena messa, fare attenzione ad utilizzare il lato che arriva dalla sosta, prima di entrare nel freno autobloccante.

  12. Nella scalata in solitaria la corda resta fissa ed è lo scalatore che sale lungo essa, quindi non ci sono problemi di attrito e si possono passare i rinvii sugli ancoraggi senza preoccuparsi che siano sfalsati, fuori dalla verticale, lunghi o corti. Questa caratteristica consente di risparmiare sul materiale usando anche un solo moschettone per ogni protezione e permette di realizzare tiri lunghi anche come tutta la corda. In pratica, se si utilizza una corda da 70 metri a volte è possibile concatenare anche due lunghezze a patto che il materiale sia sufficiente.

  13. Al termine del tiro di corda attrezzare un punto di sosta con le stesse caratteristiche di quello sottostante. Mettersi in autosicura, fissare la corda di servizio alla sosta, sganciarsi dal freno autobloccante e girarne il verso, in modo da utilizzarlo come discensore. Scendere lungo lo stesso capo di corda per mezzo del quale si è saliti.

  14. Se il tiro e verticale è possibile smontare degli ancoraggi mentre si scende, altrimenti fare attenzione a non togliere quelli utili per risalire successivamente senza dover fare pendoli esagerati.

  15. Tornati al punto di sosta sottostante mettersi in autosicura e fare un asola sulla corda di servizio. Collegare all’ asola il saccone da recupero e sganciarlo. Se necessario farlo pendolare tramite un cordino sottile lungo almeno una quindicina di metri fino a quando sarà sotto la verticale della sosta superiore. Per questa manovra è possibile utilizzare la corda di servizio, se ne avanza. Non liberare il cordino o l’avanzo della corda di servizio, ma mantenerli legati all’ imbragatura, potrebbe servire per sganciare il saccone da recupero se incastrato. Nel caso la lunghezza di corda sia abbastanza strapiombante e non presenti asperità tali da rischiare di incagliare il saccone da recupero, salire con le jumar, pulire il tiro e, arrivati alla sosta superiore, autoassicurarsi e recuperare il saccone. Se invece c’è la possibilità concreta che il saccone avrà difficoltà a scorrere verso l’alto, occorre armarsi di pazienza e spirito di sacrificio e risalire con il saccone legato all’imbragatura. E’ questa una delle eventualità più devastanti della scalata in solitaria su una bigwall, occorre forza, resistenza alla fatica e grandi capacità autolesioniste. Mentre si risale la corda con il saccone appeso si possono avere visioni mistiche, allucinazioni e più comunemente collassi da sfinimento.

  16. Nell’ eventualità che si abbiano ancora delle forze residue e le motivazioni non siano scemate durante la salita del primo tiro, continuare imperterriti sulla lunghezza di corda successiva.

Padri e figlie

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12 Novembre, Castelletta, via dello Spigolo Est: prima via di più tiri di Ilaria, mia figlia maggiore.

Sono solo due tiri, ma il doversi portare dietro zaino e scarpe, rimanere appesi in sosta a fare sicura, ripartire in arrampicata da una sosta appesi e non da terra, scendere dal versante opposto, cambiano completamente la percezione. Lei era entusiasta della nuova esperienza, dell’altezza, dei passaggi esposti, del sole in una giornata fresca, del vento e dei colori della roccia e della vegetazione autunnale.

E’ sicuramente ancora presto, ma ogni genitore sa che i figli potranno prendere altre strade e li incoraggerà sempre a farlo, ma è anche vero che trasmetterli qualcosa, vedere crescere in loro i segni della nostra stessa passione, immaginarli che ci superino in una attività che amiamo è una felicità immensa.
…e comunque ormai la strada per la Via Attraverso il Pesce è tutta in discesa

Il sole di Ottobre

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Oggi era una classica splendida giornata di Ottobre con la luce nitida, ma un po’ obliqua che c’è solo in questo periodo. Era un richiamo bellissimo a cui non potevo resistere e ho allungato la pausa pranzo di 2 ore, inventando una scusa per il ritardo e inserendo poi due ore di permesso.
Tre ore e mezzo che ho passato all’aperto, a camminare nei boschi vicino a dove lavoro, inebriandomi di quell’aria limpida come una sorgente.
Tornato in ufficio ho lavorato fino alle 19,00 come non mi succedeva da settimane, concentrato e lucido e ho terminato i compiti più impegnativi di questo periodo.
Ho sempre fatto fatica a conciliare i tempi del lavoro, della famiglia e delle incombenze quotidiane con il tempo necessario a vivere la passione per la scalata e per l’aria aperta e a volte mi chiedo se ne valga la pena. Ma poi questi momenti mi fanno continuare a strappare queste fette di vita con determinazione e con sotterfugi…..

Lavorare stanca…

Ghisolfi 2

“Chi non lavora i tiri in maniera seria trova giustificazioni varie per la sua codardia pur di non guardare in faccia le realtà di questa disciplina.
Ripetere un tiro duro vuol dire andare incontro ad ansia e paura, vuol dire dover controllare con la mente quel che in genere nell’avvista controlla il cuore.
Ripetere un tiro duro è come mettersi sui blocchi dei 200 metri, senza pietà: l’improvvisazione sta a zero, solo tecnica, tattica ed allenamento contano.
Ripetere un tiro è sport e la poesia è difficile da ricercare nella fatica: lavorare stanca.”

Da un post su PM che condivido pienamente

Sfilare la corda

Partenza

Quando si cade, in scalata libera, è regola non scritta sfilare la corda e ripartire dal basso, anche se non si ha voglia, anche se si è più stanchi di prima, anche se tutti i “se” caricano la testa e la ragione: la forza di farlo è già un immenso premio.

Un brano di Fabio Palma che trovo sempre più vero: sfilare quella corda, dopo che hai affrontato fatiche e ansie per portarla in catena è l’ultima cosa che vorresti fare, una volta sceso, e sicuramente è una difficoltà maggiore di quelle della via salita.  Eppure sono sempre più convinto che sia l’essenza della scalata, più ancora delle salite a vista: riprovare una via appena salita vuol dire non soltanto affrontare la fatica e le difficoltà, come in ogni altro sport, ma anche immergersi di nuovo nelle paure irrazionali dei punti di non ritorno e di entrare in un territorio non conosciuto.
E questo si deve farlo appena si è riusciti a uscirne.

Corde fisse

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Lo confesso.

Mi alleno spesso in falesia da solo, utilizzando corde fisse.

Sono anni che lo faccio: sfrutto momenti morti, pause pranzo, ore di ferie, pomeriggi infrasettimanali con la scusa di far tardi al lavoro. Per una volta che vado ad arrampicare in compagnia ce ne sono almeno altre due in cui vado da solo. Probabilmente è dovuto alla mia formazione come speleologo e alla conseguente conoscenza di tutte le tecniche di risalita e assicurazione su corda che mi hanno facilitato.

Questo spesso lascia perplessi i pochi scalatori che incontro e che mi guardano come uno strano marziano, addobbato con strumenti che di solito il falesista medio non sa neanche che esistono. A volte invece questo sistema desta un’ostilità, quasi fosse un accanimento, o come fosse poco etico o corretto per i canoni della scalata in falesia, e questo anche se molti big lo usano per praticità.

Per me invece è il contrario: amo molto i momenti di solitudine in falesie che normalmente sono molto affollate, mi piace poter studiare i passaggi con calma, sulle vie che devo lavorare, oppure percorrere velocemente tante vie che insieme a un compagno necessiterebbero di diverse ore. Questa velocità rende anche possibile incastrare ore di allenamento in giornate infrasettimanali quando il tempo è poco, oppure d’inverno a metà giornata e questo per me è essenziale per conciliare le esigenze famigliari e lavorative con quelle dell’arrampicata.

A volte per il furore agonistico lascio anche corde fisse già sistemate in falesie dove so che tornerò e così posso risparmiare tempo. Cerco sempre di metterle in modo da non dar fastidio, di lasciarle su tiri poco frequentati, ma molte volte questo non piace ai frequentatori o ai chiodatori che la vivono come un’intrusione: ho preso anche solenni lavate di capo per questo motivo, anche se capisco che sono più i motivi psicologici che quelli pratici a provocare questa ostilità.

Prima o poi temo che mi cacceranno dalle falesie e dai salotti buoni dell’arrampicata e mi troverò a vagare ramingo per greppi con le mie lise corde fisse evitato da tutti…..

Il lavoro del “lavorato”

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Il grado lo trascrivo, idealmente oppure in concreto, nel mio personale taccuino di vie che sono riuscito a fare.
Proprio accanto al nome della via.
Prima di fare questo, però, devo arrivare in catena.
Devo salire la via, a vista se ho il livello, oppure studiando i movimenti.

Devo provare e riprovare. Devo allenarmi. Devo avvilirmi, e poi ritrovare fiducia. Devo aver paura di uno spit lontano, e poi imparare a non averne più. Devo saper aspettare da un sabato al sabato dopo. O a volte devo aspettare un mese, un anno.
Devo trovare l’ora giusta del giorno, un momento di grazia. Devo usare la roccia, per andar su, con il giusto mix di strafottenza e di garbo, di rabbia e di meticolosità.
Devo parlare con qualcuno, ogni tanto, di questo trip mentale, di questa evasione totale da tutti i mille problemi noiosi o dolorosi della vita.

Alla fine di tutto questo, e un po’ anche nel frattempo, il grado sta lì, non scompare mai del tutto. E’ un po’ come se fosse la sintesi, ma anche la negazione dell’arrampicata, il suo annullamento.
Quando quel certo grado l’hai raggiunto, una settimana dopo cominci a guardare un pizzico più in alto…
E la via a cui stavi dietro, prima, ormai non esiste più.

Post di smilzo su Fuori Via

Ossessionati

ossessionati

Mi sono sempre chiesto se sia possibile lasciare la scalata, volontariamente intendo: conosco amici che hanno smesso di giocare a tennis, a calcio, di andare in moto, di fare sport, di fumare ma nessuno che conosco è mai riuscito a smettere di scalare. Per me, che sono una pippa, è come un continuo tarlo nella testa, un lavorio mentale ininterrotto: credo che da quando ho cominciato a scalare non sia passato neanche un giorno senza che ci pensassi. A volte con mia moglie o con gli amici che non scalano fingo per non far capire quanto sono incastrato: magari loro sanno che mi piace l’arrampicata e la montagna, ma temo sempre che non potrebbero capire quanto possa prendermi e impegnarmi. Allora mi viene sempre in mente il bellissimo inizio del libro “Febbre a 90” di Hornby, che anche se non parla di scalata, coglie davvero bene questo aspetto

E’ sempre là dentro, in cerca di una via d’uscita. Mi sveglio verso le dieci, faccio due tazza di tè, le porto in camera, ne metto una sul suo comodino e una sul mio. Sorseggiamo pensierosamente; a così breve distanza dal risveglio lunghe pause, affollate di sogni, intercorrono tra un commento casuale e l’altro….. …E in tre piccole tappe, dopo quindici minuti che sono sveglio parto. Vedo Limpar correre verso Gillespie, inclinarsi a destra, cadere: RIGORE! DIXON SEGNA 2-0!…..Il colpo di tacco di Merson che supera Grobelaar ad Anfield…la girata al volo e il gran tiro di Davis contro il Villa… Qualche volta, quando mi lascio totalmente sopraffare da queste fantasticherie…tutta la mia vita calcistica mi balena davanti agli occhi. “A cosa stai pensando?” chiede lei. A questo punto mento. Non stavo affatto pensando a Martin Amis o a Gerard Depardieu o al Partito Laburista. D’altronde gli ossessionati non hanno scelta: in occasioni come queste devono mentire. Se dicessimo sempre la verità, non riusciremmo a mantenere rapporti con chi vive nel mondo reale. Verremmo lasciati a marcire con i nostri depliant dei programmi originali dell’Arsenal…. Nonostante i particolari quì riportati riguardino solo me, spero stuzzicheranno quanti si siano mai scoperti andare alla deriva, nel bel mezzo di una giornata di lavoro o di un film o di una conversazione, verso un sinistro al volo al sette di destra, sferrato dieci o quindici o venticinque anni fa.

E mi chiedo sempre se anche ad altri, come me, è mai capitato di mentire mentre stavano magari pensando al traverso sprotetto di Polimagò in Val di Mello, a Lynn Hill sul Great Roof del Nose, o a quel passo di blocco ancora da liberare che li separa dal loro primo 7b?

Linee di pietra

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tracciati vie

Questo è un brano scritto qualche anno fa per parlare della Gola di Frasassi, uno dei posti che sento più “miei”, dove ho fatto i primi passi come speleologo a 16 anni e dove ho cominciato ad arrampicare a 30. E’ sempre bello rileggerlo e ricordare le sensazioni di quella mattina di Novembre di tanti anni fa e sentire la soddisfazione di averla poi finalmente salita quella “Balena Bianca” di cui parlavo allora.

Mentre entro con l’auto nel piazzale dove attacca il sentiero, il sole ancora non è spuntato a scaldare l’aria e allora si sente distintamente l’aria fredda che sembra già annunciare l’inverno che fra poco arriverà. Oggi però l’inverno può attendere, è una giornata limpidissima di metà Novembre, in una classica “estate di San Martino” e ciò che più conta è che sono qui e ho potuto ricavarmi mezza giornata di ferie per approfittare del sole e potermi godere la salita dalla Gola di Frasassi al Foro degli Occhialoni per il sentiero dei Gradoni. Ho un paio di rullini di diapositive e la giornata di oggi la voglio dedicare alle foto e all’escursione, senza pensare all’arrampicata e ai passaggi conosciuti o a quelli ancora da risolvere: oggi invece me la voglio prendere calma e assaporarmi i panorami e i colori di uno splendido autunno.

La giornata è bellissima e, dopo una stagione alpinistica entusiasmante, ma sempre con l’ansia di raggiungere le vie immaginate, mi sembra di volermi bere quell’aria frizzante e l’atmosfera rilassata di questa escursione solitaria.
Salgo tranquillo, nel ritmo costante della camminata e pian piano prendo coscienza di quanto ami questo mondo di luce: non mi basta mai la vista di quel verde così intenso, del verde più chiaro dei piccoli prati che ogni tanto si aprono e tutte le sfumature degli arrossamenti autunnali; non riesco a stancarmi delle grandi pareti che mi incombono addosso in questa larga gola, con la roccia che cambia colore in ogni zona, dal grigio, al bianco, al giallo e al rosso.

Le guardo, quelle pareti, e mi sembra di ritrovare delle vecchie amiche, dopo che nei mesi estivi le ho spesso trascurate per altre più alte ed austere: osservo gli spigoli e i diedri, le fessure e le placche e mi piace seguire le linee invisibili delle vie che vi sono tracciate, quelle che già ho percorso e le altre, quelle che ancora sogno e che sempre sembrano più vertiginose ed inaccessibili, fin quando uno non ci sia passato.
Arrivati all’altezza del grande e ciclopico antro non posso fare a meno di fermarmi per stupirmi come sempre di fronte a quegli incredibili strapiombi che sembrano formare una scala rovesciata o una volta di una enorme grotta che si interrompe improvvisamente a metà.
Lì si incontrano le vie aperte da numerose generazioni di scalatori e le ultime vie, sempre più belle sono fiorite proprio in questi ultimi anni.

Le conosco queste vie, in un paio di stagioni voraci sono riuscito a percorrerle quasi tutte: sul bel bastione a sinistra del grande antro c’è Soqquadro Volante, la vecchia classica di “Sax” Sacchini e Dobrilla, e intorno ad essa sono nate le vie dei fratelli Romagnoli e di Daniele Moretti, a destra la lunga cavalcata di Radio Alice e la storica via di Oliviero Gianlorenzi e poi in basso le brevi e classiche vie del bastione degli Eremiti.
E poi, proprio in centro, sfruttando una esile linea debole in mezzo agli strapiombi maggiori, sale sfrontata ed elegante la prima via del nuovo corso e per me la balena bianca ancora mai arpionata eppure sempre sognata: l’Evoluzione.
Mentre con gli occhi la seguo e ne ammiro l’eleganza, capisco di nuovo perché quella linea continuerà ad ossessionarmi e non mi darà pace finché non l’avrò percorsa e potrò ricordarmi i suoi passaggi, proprio come sempre mi avviene per le vie più blasonate delle Alpi o del Gran Sasso, e poco importa che questa sia qui a 40 minuti di macchina da casa e che attacchi a 300 m sul mare.

Poi salendo ancora arrivo alle pareti più brevi, ma più compatte, dove ci sono le vie di maggiore difficoltà e che sono per ora fuori dalla mia portata, ma che però mi fanno sempre venire voglia di allenarmi ancora di più per poterle percorrere. Hanno dei nomi secchi e senza fronzoli la Svolta, la Botta e lo Slungo e altre ancora.
Termino sulla crestina aerea e sottile, attrezzata con un cavo metallico e mi fermo proprio su di essa osservando in basso la vertiginosa altezza che mi separa dalla strada in fondo alla gola. Poi scendo un poco per raggiungere il Foro degli Occhialoni e guardare attraverso questa bizzarra fenditura che si apre in mezzo al pendio boscoso e buca la montagna e scorgere così giù in fondo l’ingresso delle famose grotte turistiche.

Lì mi siedo e posso riposarmi e mangiare qualcosa, ma per breve tempo, dato che è quasi ora di tornare giù per tornare in ufficio il pomeriggio. Mi alzo e mi incammino e già so che la luce e i colori vissuti oggi mi accompagneranno per diversi giorni nei diedri della vita quotidiana.
Quando giungo di nuovo sulla cresta mi fermo un attimo e ho di nuovo davanti a me tutta la Gola: allora la guardo e mi viene in mente che essa non racchiude solo un patrimonio ambientale e una bellezza unica, ma anche la storia di una passione e degli uomini da essa animati. La stessa passione ha mosso i primi timidi tentativi di Usseglio e Piccioni e ha spinto gli scalatori delle ultime generazioni a lasciare le proprie idee e i propri progetti su queste austere pareti di pietra.
E’ una passione che conosco bene, dato che mi possiede da anni ed è una delle cose che mi fa sentire vivo, e per questo motivo sono convinto che il suo segno debba restare sempre presente dentro queste splendide gole di roccia.