Domande senza risposta

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Qualche giorno fa Facebook mi ha proposto come ricordo il post del video che avevo fatto sulla salita della Detassis alla Brenta Alta, una via che avevo inseguito per anni.
Al di là delle immagini il punto del post era una questione su cui mi interrogo da anni e ultimamente sempre di più: perché questa attività è causa di ansie e timori continui?
Perché di fatto il godimento che ne traggo è quello “a posteriori”?
Perché è più forte la soddisfazione di esserci stato, di essere stato all’altezza e a volte di non doverlo fare più, piuttosto che il godimento di un’attività che amo?

Tanti dicono che in un’attività ludica ci si dovrebbe rilassare e razionalmente concordo con loro. Però personalmente non ci sono mai riuscito, perché poi mi incastro sempre in questi stessi meccanismi da anni. Se vado a camminare senza obiettivi alpinistici, sono rilassato e sereno, se invece ci vado per “realizzare” scattano nella mia testa tutte quelle trappole e paranoie. Però non riesco neanche a rinunciare, perché poi sento una mancanza fisica, più che dell’attività in se, delle sensazioni posteriori, di quella soddisfazione senza limiti dei giorni dopo o del ricordo di avere ottenuto quello a cui si mirava.

E’ pazzesco, ma è così: e non è neanche legato solo alla montagna, perché in falesia è lo stesso e lo raccontavo nel brano dell’urlo mancato.
Che diavolo è? Ossessione, ansia da prestazione, dipendenza?
Boh, non lo so, ma intanto cerco di esprimere questo stato d’animo.

Montagne e ricordi

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Le pareti della Graue Wand e del Winterstock ci salutano così e noi torniamo a casa con un’altra grande classica da ricordare.
E’ il momento più bello della giornata, più delle lunghezze di arrampicata, più delle fessure e delle lame di granito ruvido e colorato dai licheni, più dell’arrivo in cresta da cui si vedevano i panorami prima nascosti.
Perchè, come diceva Roberto Iannilli, “E’ per il ricordo che si scalano le montagne”

La cordata a tre

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In contrasto, credo solo apparente, con il post precedente, personalmente ho sempre amato moltissimo la cordata a tre. Prima di tutto mi ha sempre dato maggiore sicurezza, soprattutto su vie lunghe e complesse, e poi dà il grande vantaggio di poter dividere meglio i carichi e di consentire al primo di arrampicare senza zaino. Ma oltre a questi aspetti pratici, credo che il motivo principale sia che mi è sempre piaciuto il maggior senso di condivisione e di gruppo che si crea e questo, oltre a essere molto gratificante in se, da anche il vantaggio di avere sempre compagni con cui condividere idee e progetti. Ovviamente un po questa cordata rallenta la progressione, ma secondo me questo non è mai una discriminante così importante, soprattutto per l’aumento di sicurezza dovuto agli altri fattori.

Ho sempre notato invece che negli ambienti alpinistici, soprattutto quelli più tradizionalisti, questa progressione è vista come il fumo negli occhi. E’ un male, a volte necessario, ma da evitare con tutte le forze: a volte anche lasciando a casa possibili compagni, o apostrofandoli con il famigerato “trovati un quarto”.
Quest’estate ho assistito a questa esclusione di una persona, da parte di due alpinisti che “preferivano essere in due” anche andando a fare una semplice via sulle Strutture di Intermesoli (vie di breve avvicinamento, lunghezza massima di 300 m e semplice discesa).
Questo atteggiamento si trasmette spesso anche in arrampicata in falesia dove molto volte si cerca in tutti i modi di “essere pari”.

Credo che ciò sia frutto in gran parte di quell’ansia di velocità che in alpinismo da sempre regna sovrana, e che, anche se ha delle motivazioni, la maggior parte delle volte diventa una vera e propria psicosi, anteponendosi a qualsiasi altra valutazione.
Ma credo che ci sia anche dell’altro e cioè che la maggior parte delle persone che praticano alpinismo sono meno portate alla socializzazione in gruppi e al massimo creano un forte rapporto con un compagno di cordata, e questo li porta ancora di più a escludere altri possibili compagni. Penso che sia una caratteristica peculiare in alpinismo e questo in contrasto con altre attività, anche simili che ora stanno avendo sempre maggior successo, credo molto a causa proprio di questo aspetto.

Fu vera gloria?

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Si parla molto ultimamente della salita in libera di Caldwell e Jorgeson della via Dawn Wall sul Cap in Yosemite (spesso sulla stampa non specializzata assolutamente a sproposito).
Tutti concordano nel ridimensionare quella che non è un’impresa, ma solo una grande ascensione in libera, alcuni sostengono che non si tratti neanche di alpinismo, ma solo di arrampicata sportiva, viste le facilitazioni logistiche e di attrezzatura dei passaggi.
Non so se questo sia vero, ma penso che se è vero che due importanti componenti dell’alpinismo sono l’esplorazione e il rischio, ce ne sono però anche altre e la difficoltà tecnica è una di queste. Quindi mi sento molto cauto a escludere dal campo dell’alpinismo una salita su una parete di quel genere.
Con l’occasione ho inserito nel blog nella sezione Riflessioni, un articolo su questo tema che avevo scritto anni fa sulla Rivista del CAI.

Buon divertimento!

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La via ha un nome bellissimo, così come quello della parete che percorre: Oceano Irrazionale al Precipizio degli Asteroidi, il grande sogno di Ivan Guerini, che per me è diventato un’ossessione, l’ultima grande classica della Val di Mello che volevo a tutti i costi salire. E’ sera e sono a casa, sto rileggendo per l’ennesima volta la scarna relazione della via e ancora guardo le foto trovate con Google per cercare di scovare particolari magari decisivi: continuo a farlo con la speranza che possano aiutarmi a tranquillizzarmi, ma invece, come sempre, aumentano solo i dubbi e gli interrogativi. Inutile nascondersi che l’ansia che precede sempre queste partenze è amplificata perché quest’anno così complicato quella è l’ultima occasione di realizzare quella salita.
Certo una stagione da dimenticare, fatta di lunghe attese e settimane e settimane a rimandare partenze e di consultazioni interminabili delle previsioni del tempo. Ormai questa è l’ultima occasione per quest’anno di realizzare una bella salita, di quelle che poi è bello ricordare, ma che certo tanta ansia creano quando sono ancora solo nella testa.

Il giorno dopo all’arrivo non sono tranquillo e l’unica cosa che mi consola è che domani mi toglierò finalmente quel chiodo fisso dalla testa. Come vorrei essere più forte da non temere quei tiri di VI+ in fessura e non preoccuparsi della strana fessura sghemba della Tromba, col suo enigmatico VII- da proteggere con il grosso friend numero 4. Come sarà domani? Reggerò al lungo avvicinamento, pur coi pochi metri di dislivello accumulati quest’anno? Saprò affrontare la paura di non farcela, di non passare o di volare? Riuscirò ad essere all’altezza della via?
La mattina come sempre mi vesto velocemente e vado alla finestra: è notte fonda alle 6 del mattino, e questo mi ricorda che ormai è Ottobre e la stagione è quasi finita. Ma sono quì e finalmente è l’ora di giocarsela con tutta la passione e l’ostinazione che mi ha permesso di non mollarla, quella via.

L’avvicinamento è come non avrei voluto che fosse: ostico e faticoso, con molta salita e tratti su terreno difficile in mezzo a boschi quasi verticali. Finalmente però arriviamo all’attacco, dove si vede tutta la nostra via, il sole purtroppo non ne vuole sapere di uscire, e rimane in mezzo alla nebbia alta. Poco dopo sono pronto e chiedo di partire per il primo tiro: sono impressionato dalla linea della via sopra di me e voglio entrare subito in partita. Attacchiamo, passiamo i primi due tiri e arriviamo alla seconda sosta sopra cui c’è il primo lunghissimo tiro in fessura: tocca a me e finalmente posso affrontare quella Dulfer che tanto ho esaminato in foto. Parto un po’ teso, rinvio l’unico chiodo del tiro e poi devo trattenere il fiato per i quattro metri successivi: la Dulfer è più impegnativa di quello che sembrava, la fessura è larga, la lama è scomoda da tirare e non ci si può fermare per proteggere, ma bisogna tener duro e andar su fin dove c’è un punto adatto per mettere un friend. La placca bagnata però rende tutto aleatorio, faccio qualche passo molto delicato in spaccata su appoggi umidi, ma poco sopra come temevo mi scivola un piede e mi ritrovo quattro metri più in basso. Sono bastati pochi istanti e il mio primo volo su un friend si è concluso; laggiù dalla sosta il mio compagno chiede se è tutto a posto, io lo rassicuro, ma ora sono tesissimo, non per la paura di farsi male, dato che non ci sono grandi rischi, ma per quella di non riuscire a passare: questo tiro devo finirlo io ad ogni costo. Riparto più attento e questa volta passo così posso alzarmi ancora per lunghi metri nella fessura finché non raggiungo finalmente la sosta; ho finito il tiro e i 50 lunghissimi metri sono sotto di me. recupero la corda e grido al compagno di partire; guardo l’orologio e valuto il tempo che ci abbiamo impiegato finora perché ho paura che sia troppo: il sole non esce e ora si è anche un po’ chiuso, speriamo che regga e che riusciamo ad uscire senza che il tempo cambi. Ora però che abbiamo sbloccato il risultato la partita sembra andare per il verso giusto e il tiro dopo fila liscio, dato che è molto simile a quello sotto, ma bello asciutto. Da secondo mi godo quelle bellissime lame, anche se la continuità è notevole e si comincia a sentire un po’ di stanchezza.

Arrivato in sosta alzo la testa ed eccola: posso ammirare finalmente da vicino la Tromba, la strana fessura svasa e obliqua che ho spiato in innumerevoli immagini. Vuole continuare il mio compagno, che sale splendido, in bellissima arrampicata e poco dopo tocca a me. Con tenacia riesco ad andare in libera nei delicati metri verticali, per arrivare poi al punto in cui la fessura traversa facilmente e ritrovarmi al passaggio di incastro con la gamba sinistra dove metto tutto quello che mi rimane per tenere il bordo svaso e bagnato della fessura e arrivare alla sosta. Lì guardo la fessura umida e strapiombante sopra di noi e mi piacerebbe che andasse ancora avanti lui, ma la via non me la sono ancora guadagnata e questo tiro tocca assolutamente a me, così mi consolo col fatto che sembra molto breve. Attacco e con qualche passo in libera e un po’ di artificiale sui friend sbarco sollevato su un piccolo boschetto sospeso: è il celeberrimo Pulpito dell’Eremita, fine delle difficoltà della via. Poi in realtà decidiamo di deviare su una via a fianco, dove le difficoltà sono più sostenute, e usciamo su una piccola cengia sotto il pianoro sommitale. Appena arrivati cominciamo ad attrezzare l’infinita serie di doppie che ci porteranno sotto l’Altare del Precipizio e per un attimo penso che sarebbe stato bello uscire in cima e godere un po’ del sole del pomeriggio e del panorama su questa bellissima valle, ma c’è nebbia e ci vorrà parecchio tempo per scendere: pazienza perciò. Del resto non eravamo qui per questo e lo sapevo, vista l’incursione in tempi rapidi che ho dovuto fare per riuscire ad incastrare tutto. Eravamo qui per la via e per ciò che significava: per la sua storia gloriosa, per la sua linea impeccabile e per la roccia solida e ruvida delle sue fessure.

Dopo due ore siamo di nuovo alla macchina, ma non riusciamo a vedere la parete del Precipizio, dato che la nebbia non ci ha mai lasciati ed ora è anche un po’ salita: ci accoglie in compenso un bello scampanare di mucche e noi ci cambiamo e mettiamo a posto la roba con calma. Finalmente comincio a rilassarmi e sono anche stanco, ma come sto bene lì, sotto quelle grandi pareti e quei boschi sospesi, che non riesco neanche a vedere, ma che ora mi appartengono più che mai. Qui posso essere ciò che mi piace di più: un alpinista che gioisce furtivo per la piacevole sensazione della tensione che passa, seduto sul prato dietro la macchina fra i cumuli di materiale da dividere, con tanta voglia di tornare a casa dai miei e ripensare alla via appena finita per attingere ricordi ed emozioni nei mesi che verranno.

Poi, nel lungo viaggio di ritorno che si concluderà a tarda notte, penso che due giorni prima, in tanti mi hanno detto “buon divertimento” e io ho risposto con un grazie frettoloso, sapendo che non potevo spiegare che non c’è nulla di divertente nella preoccupazione che non mi ha fatto dormire le notti scorse, nella fatica dell’avvicinamento, nella tensione delle lunghezze di arrampicata e nel continuo timore che qualcosa potesse impedirmi di uscire. Però alla fine poche cose valgono quel momento in cui c’è la soddisfazione di avere superato le ansie e le paure di non essere all’altezza: adesso è bello sapere di averlo voluto con determinazione e averlo saputo fare. Questa è l’eterna contraddizione di questa strana attività che non è facile capire. Sta facendo buio sull’autostrada, ma non importa: per me ora ci sono questi istanti di appagamento totale che dureranno finché la mia mente non si incastrerà con un’altra via, e il gioco ricomincerà.

Trovare il facile nel difficile

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Per chi arrampica in montagna, oltre che in falesia, l’altro lato della medaglia rispetto alla ricerca di andare su vie con maggiori difficoltà tecniche che raccontavo in un precedente post è quello di andare su grandi vie classiche, con difficoltà più moderate, ma con sviluppi elevati, scarsa chiodatura, difficoltà di accesso, ritirata e discesa.
Anni fa ad esempio l’obiettivo principale della stagione era la Frisch-Corradini, 700 m di lunghezza sulle Pale di San Martino, V+ di difficoltà massima, uscita sugli ultimi 200 m di IV grado della Castiglioni-Detassis alla Pala del Rifugio.
Spesso mi sono chiesto cos’era che mi continuava ad attirare in questo tipo di vie.

Perchè io sono un’emerita pippa, ma come molti altri con cui arrampico in falesia, sulle difficoltà di una via come la Frisch-Corradini (V+=5b) sui monotiri non mi ci scaldo neanche.
Se volevo e sognavo di andare a percorrere una via come quella era per il piacere di percorrere 700 m dovendomi trovare il percorso con intuito e ricerca della logica e “cercando il facile nel difficile”.
Era per provare continuamente il timore di essere andato fuori via e poi gioire nel trovare un chiodo arrugginito e mezzo nascosto.
Era per sentire la fatica mentale di cercare il modo di proteggermi per metri e metri guardando ogni buco o fessurazione della roccia e arrivare alla fine del tiro soddisfatto per averlo saputo fare.
Io volevo andare su una via senza avere la possibilità di rinviare una fila di spit, e magari temere per tutta la via di non reggere questa pressione e essere preoccupati di essere ribattuti ad ogni tiro.

Per questo quando leggo di qualcuno che dice che gli spit è meglio metterli per la sicurezza, perchè tanto se si vuole in fondo si possono anche non rinviare, beh penso che quel qualcuno non può essere un alpinista perchè non ha capito assolutamente cosa sia l’alpinismo.
L’alpinismo è quello che avviene in quella “zona in mezzo” e non la retorica dolciastra della “conquista delle vette”.