Vecchi guerrieri

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Un dolore vecchio di tre giorni mi taglia in due la schiena.
Libero dalla ruggine le mie articolazioni e salgo.

Una volta era più semplice

Il lamento di un vecchio guerriero: Frank Miller “The Dark Knight return”

E’ una citazione dalla saga del Cavaliere Oscuro, un eroe disilluso e pieno di acciacchi, un uomo ormai sul viale del tramonto che continua a trovare motivazioni per andare oltre, ma fra un pò potrebbe adattarsi a vecchi scalatori come noi, dopo una via impegnativa…..

 

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Montagne e ricordi

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Le pareti della Graue Wand e del Winterstock ci salutano così e noi torniamo a casa con un’altra grande classica da ricordare.
E’ il momento più bello della giornata, più delle lunghezze di arrampicata, più delle fessure e delle lame di granito ruvido e colorato dai licheni, più dell’arrivo in cresta da cui si vedevano i panorami prima nascosti.
Perchè, come diceva Roberto Iannilli, “E’ per il ricordo che si scalano le montagne”

Un triste addio

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Il 20 Luglio sulla parete Nord del Monte Camicia sono caduti Roberto Iannilli e Luca D’Andrea: si tratta di una grande tragedia per chi stimava e amava questi due forti alpinisti.
Io conoscevo bene Roberto, per tanti anni di discussioni e scherzi sul forum che ernao anche sfociati in attività svolta insieme.

Roberto era un grandissimo alpinista, una forza della natura, sempre al massimo, sempre al limite, sempre in cerca di vie e pareti su cui mettersi in gioco.
Era un rocciatore completo: forte in libera e in artificiale moderno. Sapeva confrontarsi con arguzia e ironia sui forum e poi sui social. Sapeva raccontare le ansie e le emozioni dell’alpinismo di altissimo livello che praticava: pochi come lui hanno saputo descrivere quell’alternanza di attrazione e repulsione verso un’attività che amava e che eppure temeva allo stesso tempo.
Spesso scherzava su quando si sarebbe ritrovato a casa in pantofole e ora questa tragedia rende più amari quei vecchi scherzi sul forum. 

Lo conoscevo, lo ammiravo, avevo arrampicato insieme a lui, sembrava invulnerabile e ora questa tragedia mi lascia triste, addolorato, frastornato e svuotato….

Una gita con l’Alpinismo Giovanile

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Da quando le bambine sono state abbastanza grandi da poter partecipare, ho cercato di portarle a fare attività nei gruppi di Alpinismo Giovanile del CAI. Ho sempre pensato che fosse il modo migliore per insegnare loro ad andare in montagna e quello che poteva fargliela piacere maggiormente. E infatti abbiamo avuto belle soddisfazioni, maggiori sicuramente che se le avessi portate da sole: il contatto con gli accompagnatori, il loro saperle motivare, la forza del gruppo, sono stati sicuramente elementi essenziali che le hanno portato a fare con grande entusiasmo gite che difficilmente io sarei riuscito a convincerle a fare.
Abbiamo frequentato per diverse stagioni il gruppo eccezionale dell’AG di Feltre, e spero che riusciremo ad andare ancora con loro, ma ora che siamo tornati nelle Marche ovviamente dovevamo unirci a un gruppo più vicino. Così Domenica scorsa, dopo una stagione in cui eravamo stati fermi a causa del trasloco, siamo stati a fare una gita per la prima volta con il gruppo AG della sezione di Macerata.

Siamo andati a dormire a Rocca Calascio, posto molto suggestivo proprio di fronte alla catena del Gran Sasso e il giorno dopo siamo andati a fare il Monte Camicia partendo da Fonte Vetica. Ero molto contento di questa gita, perché non ci ero mai stato e già immaginavo lo splendido panorama dalla cresta verso la famosa parete Nord.
Purtroppo appena arrivati sulla cresta il tempo è peggiorato e abbiamo dovuto cominciare a scendere, con le prime gocce di pioggia che poi nell’ultima parte sono diventate un vero e proprio acquazzone che ci ha bagnato tutti. Arrivati al Rifugio ci si è rifugiati nel locale aperto e poi siamo scesi alle auto.
Io, Emanuela e le bambine ci siamo perciò ritrovati bagnati e un po infreddoliti in auto a cambiarci mentre fuori il tempo peggiorava ancora. Io ho versato del te dal termos e lo abbiamo bevuto a turno. Poi una volta asciutti abbiamo mangiato il pranzo al sacco che avremmo dovuto mangiare in vetta e la cosa strana è che se, anche se la gita era fallita e anche se di fatto sarebbe stato molto più bello godere del pranzo in vetta, sentivo un senso di eccitazione e di comunanza con la mia famiglia all’interno di quell’auto.

E quindi ho capito che la bellezza dell’andare in montagna con loro in una gita dell’Alpinismo Giovanile c’era anche nel godimento di un momento di sollievo da un disagio come quello che avevamo subito: in quelle condizioni anche questi contrattempi prendevano un buon sapore.
In questo caso la montagna e l’uscita erano solo la causa scatenante del piacere di una esperienza in gruppo ed era quella di cui godevamo, e questa non cessava se l’uscita non era andata bene, ma anzi era ancora più forte nel momento in cui ci eravamo riposati e asciugati dopo un momento spiacevole.

Una metafora della vita?

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Come tanti altri appassionati di scalata, mi è sempre piaciuto pensare che questa attività si prestasse meglio a essere una metafora della vita, rispetto ad altre attività sportive e non.

Però mi accorgo che gli “effimeri traguardi” si trovano spesso anche nella vita, e che una soddisfazione per un obiettivo a lungo inseguito dura poco perché quell’obiettivo sfuma fra le mani. Però c’è una differenza sostanziale: nella vita, gli obiettivi che mi sono sfuggiti dalle mani dopo tanti inseguimenti, lo hanno fatto per i casi sfortunati mentre gli effimeri traguardi della scalata sono obiettivi che sono stati raggiunti e nessuno ormai li può mettere in discussione, ma è il nostro atteggiamento verso di essi che cambia e la soddisfazione sfuma per diventare desiderio di qualcos’altro.

E’ un inseguimento continuo, qualcosa che ti logora e che ti da forza ed entusiasmo al tempo stesso.
Al contrario gli obiettivi non raggiunti o sfumati della vita danno solo frustrazione e demoralizzazione.

Sensazioni di scalata

Felicità

Dopo diversi mesi in cui sono riuscito ad arrampicare con discreta costanza in falesia, applicando il metodo delle ripetizioni di cui avevo parlato qui, questa settimana inaspettatamente ho chiuso due delle vie su cui avevo fatto qualche giro nelle uscite degli scorsi mesi.

Ovviamente è sempre una soddisfazione raggiungere degli obiettivi, delle “realizzazioni” come si dice in arrampicata, ma più di questo la soddisfazione che ho provato è stata nella sensazione di facilità con cui ho arrampicato su queste due vie su cui nei giri precedenti avevo faticato anche senza riuscire a chiuderle.
Questa sensazione l’ho sentita soprattutto Sabato, quando ho riprovato una via a Sulfuria su cui avevo fatto quattro giri a Novembre scorso e su cui non ero più tornato da allora.
Per questo motivo non ricordavo perfettamente i passaggi della via, eppure già nel primo giro mi sono sentito molto sciolto, anche se mi sono dovuto appendere un paio di volte per ripassare le sequenze. Nel secondo giro poi, sono riuscito a chiudere la via con una facilità che non mi aspettavo.

Mi sembra che questo aspetto e questa sensazione sia più forte in arrampicata che in altri sport. In alcuni non esiste proprio, quelli in cui c’è un avversario, dei compagni di squadra o un terreno di gioco che cambia ogni volta. In altri può esistere qualcosa di analogo: nella corsa, in tante discipline dell’atletica, in tutti gli sport sulla distanza.
Però mi sembra che non ci sia mai un’oggettività così forte come si può trovare nella scalata in cui ci si trova davanti a un ostacolo concreto e solido, ma la difficoltà che si prova è completamente diversa dopo rispetto a prima (e purtroppo a volte è il contrario).
In fondo è questo l’aspetto bello che trovo nell’arrampicata: non il divertimento, perché non c’è quasi mai un vero e proprio divertimento. Quello che invece mi sembra di cercare è la soddisfazione di riuscire a fare bene una cosa su cui prima faticavo o si provavo timore. E’ sentirmi adeguato e all’altezza di una prova su cui precedentemente ero lontano dall’esserlo.

E così godere della effimera sensazione che provo in quei fugaci momenti.