Montagne e ricordi

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Le pareti della Graue Wand e del Winterstock ci salutano così e noi torniamo a casa con un’altra grande classica da ricordare.
E’ il momento più bello della giornata, più delle lunghezze di arrampicata, più delle fessure e delle lame di granito ruvido e colorato dai licheni, più dell’arrivo in cresta da cui si vedevano i panorami prima nascosti.
Perchè, come diceva Roberto Iannilli, “E’ per il ricordo che si scalano le montagne”

Un triste addio

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Il 20 Luglio sulla parete Nord del Monte Camicia sono caduti Roberto Iannilli e Luca D’Andrea: si tratta di una grande tragedia per chi stimava e amava questi due forti alpinisti.
Io conoscevo bene Roberto, per tanti anni di discussioni e scherzi sul forum che ernao anche sfociati in attività svolta insieme.

Roberto era un grandissimo alpinista, una forza della natura, sempre al massimo, sempre al limite, sempre in cerca di vie e pareti su cui mettersi in gioco.
Era un rocciatore completo: forte in libera e in artificiale moderno. Sapeva confrontarsi con arguzia e ironia sui forum e poi sui social. Sapeva raccontare le ansie e le emozioni dell’alpinismo di altissimo livello che praticava: pochi come lui hanno saputo descrivere quell’alternanza di attrazione e repulsione verso un’attività che amava e che eppure temeva allo stesso tempo.
Spesso scherzava su quando si sarebbe ritrovato a casa in pantofole e ora questa tragedia rende più amari quei vecchi scherzi sul forum. 

Lo conoscevo, lo ammiravo, avevo arrampicato insieme a lui, sembrava invulnerabile e ora questa tragedia mi lascia triste, addolorato, frastornato e svuotato….

Una gita con l’Alpinismo Giovanile

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Da quando le bambine sono state abbastanza grandi da poter partecipare, ho cercato di portarle a fare attività nei gruppi di Alpinismo Giovanile del CAI. Ho sempre pensato che fosse il modo migliore per insegnare loro ad andare in montagna e quello che poteva fargliela piacere maggiormente. E infatti abbiamo avuto belle soddisfazioni, maggiori sicuramente che se le avessi portate da sole: il contatto con gli accompagnatori, il loro saperle motivare, la forza del gruppo, sono stati sicuramente elementi essenziali che le hanno portato a fare con grande entusiasmo gite che difficilmente io sarei riuscito a convincerle a fare.
Abbiamo frequentato per diverse stagioni il gruppo eccezionale dell’AG di Feltre, e spero che riusciremo ad andare ancora con loro, ma ora che siamo tornati nelle Marche ovviamente dovevamo unirci a un gruppo più vicino. Così Domenica scorsa, dopo una stagione in cui eravamo stati fermi a causa del trasloco, siamo stati a fare una gita per la prima volta con il gruppo AG della sezione di Macerata.

Siamo andati a dormire a Rocca Calascio, posto molto suggestivo proprio di fronte alla catena del Gran Sasso e il giorno dopo siamo andati a fare il Monte Camicia partendo da Fonte Vetica. Ero molto contento di questa gita, perché non ci ero mai stato e già immaginavo lo splendido panorama dalla cresta verso la famosa parete Nord.
Purtroppo appena arrivati sulla cresta il tempo è peggiorato e abbiamo dovuto cominciare a scendere, con le prime gocce di pioggia che poi nell’ultima parte sono diventate un vero e proprio acquazzone che ci ha bagnato tutti. Arrivati al Rifugio ci si è rifugiati nel locale aperto e poi siamo scesi alle auto.
Io, Emanuela e le bambine ci siamo perciò ritrovati bagnati e un po infreddoliti in auto a cambiarci mentre fuori il tempo peggiorava ancora. Io ho versato del te dal termos e lo abbiamo bevuto a turno. Poi una volta asciutti abbiamo mangiato il pranzo al sacco che avremmo dovuto mangiare in vetta e la cosa strana è che se, anche se la gita era fallita e anche se di fatto sarebbe stato molto più bello godere del pranzo in vetta, sentivo un senso di eccitazione e di comunanza con la mia famiglia all’interno di quell’auto.

E quindi ho capito che la bellezza dell’andare in montagna con loro in una gita dell’Alpinismo Giovanile c’era anche nel godimento di un momento di sollievo da un disagio come quello che avevamo subito: in quelle condizioni anche questi contrattempi prendevano un buon sapore.
In questo caso la montagna e l’uscita erano solo la causa scatenante del piacere di una esperienza in gruppo ed era quella di cui godevamo, e questa non cessava se l’uscita non era andata bene, ma anzi era ancora più forte nel momento in cui ci eravamo riposati e asciugati dopo un momento spiacevole.

Una metafora della vita?

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Come tanti altri appassionati di scalata, mi è sempre piaciuto pensare che questa attività si prestasse meglio a essere una metafora della vita, rispetto ad altre attività sportive e non.

Però mi accorgo che gli “effimeri traguardi” si trovano spesso anche nella vita, e che una soddisfazione per un obiettivo a lungo inseguito dura poco perché quell’obiettivo sfuma fra le mani. Però c’è una differenza sostanziale: nella vita, gli obiettivi che mi sono sfuggiti dalle mani dopo tanti inseguimenti, lo hanno fatto per i casi sfortunati mentre gli effimeri traguardi della scalata sono obiettivi che sono stati raggiunti e nessuno ormai li può mettere in discussione, ma è il nostro atteggiamento verso di essi che cambia e la soddisfazione sfuma per diventare desiderio di qualcos’altro.

E’ un inseguimento continuo, qualcosa che ti logora e che ti da forza ed entusiasmo al tempo stesso.
Al contrario gli obiettivi non raggiunti o sfumati della vita danno solo frustrazione e demoralizzazione.

Sensazioni di scalata

Felicità

Dopo diversi mesi in cui sono riuscito ad arrampicare con discreta costanza in falesia, applicando il metodo delle ripetizioni di cui avevo parlato qui, questa settimana inaspettatamente ho chiuso due delle vie su cui avevo fatto qualche giro nelle uscite degli scorsi mesi.

Ovviamente è sempre una soddisfazione raggiungere degli obiettivi, delle “realizzazioni” come si dice in arrampicata, ma più di questo la soddisfazione che ho provato è stata nella sensazione di facilità con cui ho arrampicato su queste due vie su cui nei giri precedenti avevo faticato anche senza riuscire a chiuderle.
Questa sensazione l’ho sentita soprattutto Sabato, quando ho riprovato una via a Sulfuria su cui avevo fatto quattro giri a Novembre scorso e su cui non ero più tornato da allora.
Per questo motivo non ricordavo perfettamente i passaggi della via, eppure già nel primo giro mi sono sentito molto sciolto, anche se mi sono dovuto appendere un paio di volte per ripassare le sequenze. Nel secondo giro poi, sono riuscito a chiudere la via con una facilità che non mi aspettavo.

Mi sembra che questo aspetto e questa sensazione sia più forte in arrampicata che in altri sport. In alcuni non esiste proprio, quelli in cui c’è un avversario, dei compagni di squadra o un terreno di gioco che cambia ogni volta. In altri può esistere qualcosa di analogo: nella corsa, in tante discipline dell’atletica, in tutti gli sport sulla distanza.
Però mi sembra che non ci sia mai un’oggettività così forte come si può trovare nella scalata in cui ci si trova davanti a un ostacolo concreto e solido, ma la difficoltà che si prova è completamente diversa dopo rispetto a prima (e purtroppo a volte è il contrario).
In fondo è questo l’aspetto bello che trovo nell’arrampicata: non il divertimento, perché non c’è quasi mai un vero e proprio divertimento. Quello che invece mi sembra di cercare è la soddisfazione di riuscire a fare bene una cosa su cui prima faticavo o si provavo timore. E’ sentirmi adeguato e all’altezza di una prova su cui precedentemente ero lontano dall’esserlo.

E così godere della effimera sensazione che provo in quei fugaci momenti.

Lavorato negletto

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Sarò provocatorio, su un tema che da sempre mi interessa.

Ho letto recentemente una interessante discussione sul tema della pratica del lavorato in arrampicata, che da sempre è considerata sempre una prestazione di serie B.
Nella discussione mi ha colpito questa interessante opinione

Chi non lavora i tiri in maniera seria e non come va di moda oggi (scalo da 3 giorni e mi lavoro il 6b in 4500 giri, oppure scalo da anni sul 6b a vista e provo gli 8c in 10000 giri) trova giustificazioni varie per la sua codardia pur di non guardare in faccia le realtà di questa disciplina.
Ripetere un tiro duro vuol dire andare incontro ad ansia e paura, vuol dire dover controllare con la mente quel che in genere nell’avvista controlla (in maniera non del tutto corretta) il cuore. Ripetere un tiro duro è come mettersi sui blocchi dei 200 metri, senza pietà: l’improvvisazione sta a zero, solo tecnica, tattica ed allenamento contano. Se non si lavora seriamente un tiro, difficile poi aumentare in maniera sensibile la propria capacità di scalare avvista e difficilmente ci si allontana dal tabù del grado. Parlo per esperienza: io ho sempre preso scuse, edulcorate con discorsi vetero alpinisti dimmerda (“scalare vuol dire arrivare in alto”….) ed ho fatto progressi nella difficoltà così lenti da essere impercettibili. E’ la cosa di cui più mi pento della mia vita scalatoria, quella di non aver avuto il coraggio di andare incontro alla fatica della sconfitta ripetendo un tiro. Ripetere un tiro è sport e la poesia è difficile da ricercare nella fatica: lavorare stanca.

Mi sono trovato assolutamente d’accordo con tutto quello che c’è scritto in questo post, che di fatto ribalta l’opinione comune della maggior parte dei praticanti e anzi andrei anche oltre.

Ritengo che il lavorato sia la vera essenza della scalata, e al contrario penso che l’avvista sia meno importante: addirittura credo che se l’arrampicata fosse solo uno sport, la prestazione a vista sarebbe considerata un virtuosismo un po’ fine a se stesso, poco legata al livello reale di un atleta: un pò come le gare di palleggi nel calcio, o i colpi dietro la schiena dei tennisti. Io credo però che quello che di fatto rende l’opinione comune esattamente contraria è la discendenza dell’arrampicata dall’alpinismo e il fatto che la maggior parte degli arrampicatori scalano in falesia e anche sulle vie lunghe, dove il livello a vista ovviamente conta molto e influisce sulla possibilità di terminare la via se ci sono obbligatori: anche se anche in questo caso può non interessare se si passa a vista o meno, però ovviamente una relazione fra il livello a vista e la possibilità di riuscire esiste.

Questo perché di fatto ci si confronta con il proprio limite in arrampicata, e si cerca di superarlo, solo con la pratica del lavorato, ma al contrario questa pratica è considerata quasi vergognosa e immorale nell’ambiente (soprattutto a livelli medi): io credo che sia per i motivi detti sopra, ma anche per un altro aspetto.  Io penso che la maggior parte degli arrampicatori evitano il lavorato serio, perché non sanno reggere alla pressione mentale provocata dalla paura di fallire. Si può chiaramente fallire anche nell’avvista, ma in quel caso ci sono tante giustificazioni esterne (non vedere una presa, scivolare, una giornata non ottimale e così via) tutte queste giustificazioni non si applicano nel lavorato e quando si continua a fallire nei giri finali di una via lo si fa per propri limiti difficili da negare o mascherare, soprattutto a se stessi, e questo è davvero duro da affrontare e mandar giù. Chi affronta il lavorato si espone senza pietà alla dura esperienza della sconfitta: si devono passare giorni e giorni a sbattere la faccia contro questo muro, prima di arrivare (se ci si arriva e non lo si sa mai prima) alla soddisfazione di una vittoria.

Però la cosa che ho sempre amato moltissimo nel lavorato è il premio di essere riusciti in una piccola magia: quella di aver reso possibile l’impossibile.
Quella sensazione di toccare una presa la prima volta e pensare che non saremo mai in grado di tenerla, o sentire un equilibrio impossibile e pensare che non saremo mai in grado di mettere i piedi e il corpo in quella determinata posizione. E poi invece pian piano, un tentativo dopo l’altro, sentire miglioramenti quasi impercettibili fino ad arrivare al punto di concatenare quei movimenti e farli quasi in automatico, fino a concluderli tutti.

L’ora d’aria

Ricreazione

Accade ogni volta.

Di solito avviene per caso, una frase buttata là, un commento, o il racconto di qualche conoscente ed emerge qualcuna delle attività che spesso pratico in pausa pranzo. Ed immancabilmente il collega o la collega di ufficio con cui sto parlando mi guarda come se fossi un esemplare raro di una specie in via di estinzione, sorride, scuote la testa, dice che dovrebbe provarci, ma sempre si allontana con in testa l’idea evidente di aver parlato con un tipo strano che fa cose bizzarre.

Io invece non mi sento strano, eppure da quando ho cominciato a lavorare, ma forse anche prima, ho sempre cercato di non trascorrere la pausa pranzo in ufficio, o perlomeno di farlo raramente. Di solito chi lavora in questi ambienti va a mensa più velocemente possibile per evitare la fila, mangia abbastanza rapidamente e poi torna in ufficio a giocare al solitario. I più intellettuali leggono il giornale o un libro, ma sempre rimanendo nell’ambiente.
Io invece ho sempre avuto il bisogno perlomeno di uscire, anche perché, avendo sempre ruoli di livello medio alto, rimanendo i vari responsabili non si facevano scrupoli a chiedere questioni lavorative o comunque non capire che si era in pausa e mal considerare attività ludiche.

Comunque la pausa pranzo è sempre stata la mia ora d’aria, anzi un momento di assoluta libertà che mi apparteneva più di altri, perchè libero da impegni di qualsiasi genere (famigliari, lavorativi, etc.). E per questo ho sempre cercato di inserirci attività più svariate: palestra, jogging, ciclismo, fin dall’inizio e poi via via altre che diventavano possibili. Visione di film con lettori portatili, escursioni sui sentieri delle montagne dietro l’azienda, veloci corse per andare ad arrampicare in qualche palestra di roccia delle vicinanze, relax in piscina o al mare l’estate, ma anche quando è stato possibile, pranzi a casa, sonnellini pomeridiani, pulizie della casa….
Per questo ho cercato sempre di avere la pausa lunga, un’ora e mezza a volte allungabile a un’ora e tre quarti, vagheggiando di ottenere prima o poi il sogno delle due ore. Firmerei domani per fare l’orario dei negozi e godermi quattro ore libere in mezzo alla giornata. A volte inserisco un’ora di ferie per i programmi più impegnativi e ambiziosi, ma devo centellinarli.

Mi sono spesso interrogato su questa mia esigenza, non è necessità di evasione, il mio lavoro normalmente mi piace, in certi casi addirittura mi appassiona. E’ qualcosa di diverso, è la voglia di non suddividere in compartimenti la settimana lavorativa in cui si accumula negatività, e il fine settimana in cui seguire le proprie passioni o godere di momenti di relax, ma invece di mischiarli insieme nelle stesse giornate. E’ la voglia di godere delle giornate di sole, anche d’inverno, quando invece uscendo dal lavoro è già buio e farlo anche nei giorni della settimana senza attendere la Domenica.
Lavorare, poi uscire da quel contesto, mischiare una delle tante attività e poi tornare al lavoro ancora più carichi ed entusiasti e magari tirare anche tardi è una cosa che mi ha sempre dato un enorme benessere. In azienda quando emerge mi guardano tutti come un marziano perché lì normalmente per alcuni, soprattutto direttivi o aspiranti tali, vige la dedizione totale al lavoro come unico aspetto della vita, per gli altri invece c’è la rassegnazione di dover dedicare quel tempo al lavoro per poi aspettare un altro tempo per dedicarlo agli altri aspetti della vita che si amano di più. Mischiare le cose è incomprensibile e per questo ne parlo poco, molte volte lo nascondo e invento frottole per coprire le pause pranzo più audaci.

Per questo odio moltissimo l’abitudine che in questi ultimi anni si sta diffondendo di augurare “Buona settimana” al termine del fine settimana: una frase che mi sembra sempre sia detta con la rassegnazione di dover vivere in apnea fino al Venerdì sera….