L’odore della frontiera

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Il gioco più bello dei bambini e “agli indiani”, anche se quelli già addomesticati preferiscono “il dottore” o “il negozio” o “papà e mamma”, e quelli scimuniti si divertono poi con aereo-montaggi o altri giochi istruttivi di quel livello. Ed è molto probabile che poi costoro facciano esplodere tutta la rabbia accumulata e la selvaggia voglia di esperienze e di violenza scaricandosi proprio addosso tutta questa violenza e seppellendosi sotto un mucchio di fiale di eroina. Ma questa è un’altra storia.

Chi ha giocato agli indiani è invece drogato dalla voglia di correre, picchiarsi, catturarsi e scoprire grandi tesori nascosti. Resta sempre nella speranza di scoprire un altro Ovest, ancora più libero e grande di quello che aveva conosciuto da piccolo e, se non lo trova, vagherà tra le sponde del Sangone ed il Valentino come Emilio Salgari, popolando il tutto di thugs, pirati, mandrie di bisonti e saloon pieni di bounty killer, sigari lunghi e neri e barilotti di agua del fuego.

E quando nella vita entriamo per una volta nella terra della libertà, può accadere che non la riconosciamo e non ci dica più nulla, se siamo stati troppo puniti per i liberi sogni al punto di aver sostituirli con grigi incubi popolati di scalate al posto di capufficio, amori proibiti con ragazze copertina e via dicendo nei diedri della vita quotidiana.

Però non tutti sono così condizionati, da non riscuotersi sentendo l’odore della frontiera.

 

Andrea Gobetti “Una frontiera da immaginare”

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