Caso o necessità

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C’è un atteggiamento mutuato dalla filosofia imperante al giorno d’oggi, per cui tutto è possibile se si vuole fortemente ottenerlo e ci si prepara scrupolosamente a tal scopo.
E’ un portato culturale “forte” di filosofie che mettono l’Uomo sopra tutto.
Non mi dilungo con questi concetti, sulle molteplici varianti e le conseguenze di esse nel modo di affrontare la vita.

Tuttavia, senza necessariamente credere nel “fato” già scritto per ognuno di noi o nell’imperscrutabile disegno divino, esiste la casualità o meglio la catena delle casualità per cui date premesse uguali i risultati possono essere molto diversi.
In un sistema caotico come potrebbe defnirsi l’attività di un uomo in montagna, si può significativamente predire che una cosa può andare secondo un certo range di possibilità, da un tot a un’altro tot, ma non esattamente come andrà.
In questo range di possibilità la vita umana è fragile, e basta poco per determinarne la fine.

Ce ne scordiamo, spesso. E quando accade qualcosa partiamo alla ricerca ossessiva dell’errore (o del colpevole) perchè il trovarlo ci rassicura. Ci fa pensare che a noi non poteva succedere.
Per converso, guardando le cose da lontano, deduciamo che se qualcuno è sopravvissuto, vuol dire che da qualche parte, per qualche motivo, era migliore di chi non l’ha fatto.
Secondo me non è necessariamente così.
Senza dare alcun significato mistico o fatalistico semplicemente accetto la possibilità della casualità, senza alcuna implicazione.

Rileggevo i vecchi post di Planetmountain e sono incappato in questo intervento del buon Buzz che mi è sembrato davvero interessante, anche alla luce degli ultimi incidenti sulla traversata scialpinistica Chamonix-Zermatt finita in tragedia.
La parte che più mi ha colpito è quella sulla ricerca, quasi ossessiva, dei “colpevoli” di qualsiasi disastro o disgrazia, cosa che se da un lato è giusta, a volte è così estrema da far davvero pensare a una implicazione psicologica derivante dal fatto che, se esiste una colpa, una mancanza o un colpevole, vuol dire che qualsiasi evento negativo può essere evitato.

L’altro concetto interessante è che tutto ciò deriva da un atteggiamento culturale e da filosofie che mettono l’Uomo al centro di tutto.
Questo, se da un lato è coerente con gli effetti che dicevo sopra, dall’altro mi sembra in contrasto invece con ciò che leggendo ultimamente articoli e saggi di filosofia della scienza (soprattutto relativi a biologia e astrofisica) ho trovato, e cioè l’emarginazione dell’Uomo all’estrema periferia dell’Universo e non più frutto e scopo ultimo dell’evoluzione, ma semplice prodotto casuale di essa.

Allora mi chiedo come si compone questo diverso atteggiamento, fra queste due concezioni?

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