Lavorato negletto

lavorato 1

Sarò provocatorio, su un tema che da sempre mi interessa.

Ho letto recentemente una interessante discussione sul tema della pratica del lavorato in arrampicata, che da sempre è considerata sempre una prestazione di serie B.
Nella discussione mi ha colpito questa interessante opinione

Chi non lavora i tiri in maniera seria e non come va di moda oggi (scalo da 3 giorni e mi lavoro il 6b in 4500 giri, oppure scalo da anni sul 6b a vista e provo gli 8c in 10000 giri) trova giustificazioni varie per la sua codardia pur di non guardare in faccia le realtà di questa disciplina.
Ripetere un tiro duro vuol dire andare incontro ad ansia e paura, vuol dire dover controllare con la mente quel che in genere nell’avvista controlla (in maniera non del tutto corretta) il cuore. Ripetere un tiro duro è come mettersi sui blocchi dei 200 metri, senza pietà: l’improvvisazione sta a zero, solo tecnica, tattica ed allenamento contano. Se non si lavora seriamente un tiro, difficile poi aumentare in maniera sensibile la propria capacità di scalare avvista e difficilmente ci si allontana dal tabù del grado. Parlo per esperienza: io ho sempre preso scuse, edulcorate con discorsi vetero alpinisti dimmerda (“scalare vuol dire arrivare in alto”….) ed ho fatto progressi nella difficoltà così lenti da essere impercettibili. E’ la cosa di cui più mi pento della mia vita scalatoria, quella di non aver avuto il coraggio di andare incontro alla fatica della sconfitta ripetendo un tiro. Ripetere un tiro è sport e la poesia è difficile da ricercare nella fatica: lavorare stanca.

Mi sono trovato assolutamente d’accordo con tutto quello che c’è scritto in questo post, che di fatto ribalta l’opinione comune della maggior parte dei praticanti e anzi andrei anche oltre.

Ritengo che il lavorato sia la vera essenza della scalata, e al contrario penso che l’avvista sia meno importante: addirittura credo che se l’arrampicata fosse solo uno sport, la prestazione a vista sarebbe considerata un virtuosismo un po’ fine a se stesso, poco legata al livello reale di un atleta: un pò come le gare di palleggi nel calcio, o i colpi dietro la schiena dei tennisti. Io credo però che quello che di fatto rende l’opinione comune esattamente contraria è la discendenza dell’arrampicata dall’alpinismo e il fatto che la maggior parte degli arrampicatori scalano in falesia e anche sulle vie lunghe, dove il livello a vista ovviamente conta molto e influisce sulla possibilità di terminare la via se ci sono obbligatori: anche se anche in questo caso può non interessare se si passa a vista o meno, però ovviamente una relazione fra il livello a vista e la possibilità di riuscire esiste.

Questo perché di fatto ci si confronta con il proprio limite in arrampicata, e si cerca di superarlo, solo con la pratica del lavorato, ma al contrario questa pratica è considerata quasi vergognosa e immorale nell’ambiente (soprattutto a livelli medi): io credo che sia per i motivi detti sopra, ma anche per un altro aspetto.  Io penso che la maggior parte degli arrampicatori evitano il lavorato serio, perché non sanno reggere alla pressione mentale provocata dalla paura di fallire. Si può chiaramente fallire anche nell’avvista, ma in quel caso ci sono tante giustificazioni esterne (non vedere una presa, scivolare, una giornata non ottimale e così via) tutte queste giustificazioni non si applicano nel lavorato e quando si continua a fallire nei giri finali di una via lo si fa per propri limiti difficili da negare o mascherare, soprattutto a se stessi, e questo è davvero duro da affrontare e mandar giù. Chi affronta il lavorato si espone senza pietà alla dura esperienza della sconfitta: si devono passare giorni e giorni a sbattere la faccia contro questo muro, prima di arrivare (se ci si arriva e non lo si sa mai prima) alla soddisfazione di una vittoria.

Però la cosa che ho sempre amato moltissimo nel lavorato è il premio di essere riusciti in una piccola magia: quella di aver reso possibile l’impossibile.
Quella sensazione di toccare una presa la prima volta e pensare che non saremo mai in grado di tenerla, o sentire un equilibrio impossibile e pensare che non saremo mai in grado di mettere i piedi e il corpo in quella determinata posizione. E poi invece pian piano, un tentativo dopo l’altro, sentire miglioramenti quasi impercettibili fino ad arrivare al punto di concatenare quei movimenti e farli quasi in automatico, fino a concluderli tutti.

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